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Fornò spegne le sue prime 30 candeline

In festa la prima comunità terapeutica di Forlì

Santuario di Fornò, periferia di Forlì, in una domenica nebbiosa e uggiosa si respira invece il calore di sentimenti antichi e preziosi, di cui tutti abbiamo nostalgia. Riconoscenza, emozione, commozione, gioia e gratitudine hanno caratterizzato questo pomeriggio in cui tanti amici della Comunità si sono ritrovati per festeggiare insieme un compleanno. «Trent’anni non sono molti, ma neanche pochi!» afferma il parroco don Mauro Ballestra al termine della Santa Messa celebrata in ringraziamento per i doni che Dio ha elargito con abbondanza. La Comunità si occupa di recupero e reinserimento sociale di soggetti affetti da dipendenze patologiche: da qui sono passate, in 30 anni, oltre 500 persone; attualmente gli ospiti sono 21, seguiti da 5 operatori, 2 psicologi e 4 volontari. L’età media è passata da 28 anni dei primi tempi ai 37 anni di oggi.

Marco Panzetti, visibilmente commosso, ha ricordato l’agosto del 1987 quando, insieme a don Mino Flamigni, don Amedeo Pasini, Marinella Mussolini, Angela Guardabascio e Giuseppe Bertaccini si è recato per la prima volta a Fornò, per vedere «la casa dove far nascere la prima comunità terapeutica di Forlì, senza nulla di scritto, solo con la volontà di esserci, cercando di fare semplicemente il salvagente, offrendo la possibilità di un aggancio, di un incontro, lasciando che poi la vita offrisse ad ognuno una nuova opportunità».

«In questi 30 anni - racconta Daniele Severi, responsabile della zona Romagna - tante persone sono passate dalla comunità di Fornò e hanno incontrato Qualcuno che ha riempito il loro vuoto. Un vuoto che oggi è lo stesso di 30 anni fa, anche se assume nuove forme e si diffonde e si insinua nella vita dei giovani in maniera sempre più subdola e pervasiva. La risposta vera non sono gli psicofarmaci, e neanche le terapie alternative, l’unica vera risposta è l’incontro e la relazione con Dio che si incarna nei volti, nelle parole, nell’affetto degli operatori che, giorno dopo giorno, mettono la propria vita insieme a quella dei ragazzi. Questo è il “metodo” della Comunità Papa Giovanni XXIII, la condivisione diretta, la via che ci ha indicato il nostro fondatore, Don Oreste Benzi».

Giovanni Salina, animatore generale dell’ambito tossicodipendenze, ribadisce che «in questa giornata si è celebrata con grande emozione la bellezza di un incontro, di una relazione, di un’amicizia vissuta in un momento particolare della vita di questi ragazzi e l’augurio che ci facciamo - aggiunge - è che questa bellezza continui a caratterizzare la propria vita, non solo in un ricordo, ma in qualcosa da spendere per sé e, soprattutto, da donare agli altri».

Andrea Luccitelli e Francesca Huber sono arrivati a Fornò all’inizio degli anni ’90, giovani fidanzati desiderosi di mettersi in gioco per aiutare altri ragazzi a superare le proprie difficoltà. Una vita, quella di Francesca e Andrea, trascorsa totalmente all’ombra di questo Santuario, che li ha visti diventare sposi, poi genitori, sempre rimanendo fedeli, nella quotidianità, alla scelta di condivisione fatta. «Per la nostra famiglia - dice Andrea - vivere qui ha significato, da una parte, poter aiutare tante persone e, dall’altra, dare un senso profondo alla nostra esistenza, sacrificando i propri tempi e i propri spazi, in un “lavoro” di 24 ore al giorno, che non finisce mai, come il bisogno di questa povera gente che è senza inizio e senza fine e più dai e più ti chiede, e più stai bene… allora senti che la tua vita, pur con molti sacrifici, ha un senso, scopri una gioia di fondo che ti accompagna e ti dà la motivazione ad andare avanti. Quello che accomuna tutte le persone che sono state qui - continua Andrea - è il vissuto di sofferenza nella prima infanzia che si manifesta nell’adolescenza con un malessere quasi inguaribile, che deve essere messo a tacere, o almeno reso sopportabile, attraverso l’uso di sostanze che generano poi dipendenza e a volte una scissione interiore che sfocia nella malattia mentale. La risposta della condivisione permette a quel bambino ferito di fare esperienza che qualcuno lo accetta, gli vuole bene e si prende cura di lui permettendogli di rielaborare il proprio dramma interiore e imparare a convivere con le proprie ferite».

In questi anni la Comunità di Fornò ha costruito una fitta rete di relazioni con il territorio: la parrocchia e il Santuario; le scuole dove si fanno interventi di “promozione del benessere”, aiutando i ragazzi ad orientarsi in un mondo sempre più confuso e pieno di contraddizioni; le aziende con le quali si sono strette valide collaborazioni professionali che permettono di reintegrare nel mondo del lavoro persone che hanno perso tante occasioni e di aiutare i datori di lavoro a superare i pregiudizi nei confronti di chi ha sbagliato ma merita comunque un’altra occasione. «Un lavoro - tiene a precisare Andrea - di un certo livello e fatto con molta competenza, che diventa una forma di riscatto».



Elena Pulitini
16/11/2017
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