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Soul: TV2000 intervista Matteo Fadda

Il Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII spiega l'accoglienza e la scelta nonviolenta

Un dialogo che esplora i sentieri possibili della riscoperta dell'importanza della famiglia nella società, e della nonviolenza nei conflitti. Questa è l'essenza dell'intervista condotta per TV2000 dalla giornalista Monica Mondo al Presidente Matteo Fadda, e trasmessa all'interno del programma Soul il 4 novembre 2023.

Chi è Matteo Fadda

Il Presidente Fadda, torinese, è Presidente della Comunità Papa Giovanni dal 28 maggio 2023. Papà di una famiglia affidataria, è stato responsabile di Operazione Colomba, il corpo di pace fondato nel 1992 durante la guerra dei Balcani con l'obbiettivo di vivere la nonviolenza nei conflitti. Così lo introduce Monica Mondo: «Genovese adottato dal Piemonte, laureato in filosofia ma di professione tecnico informatico, sposato con quattro figli naturali». Di seguito il video integrale e alcuni passaggi dell'intervista.

L'intervista

Domanda: Genovese adottato dal Piemonte, laureato in filosofia ma di professione tecnico informatico, sposato con quattro figli naturali. Non solo perché Matteo Fadda ha avuto e ha una grande famiglia ed è responsabile adesso dell'Associazione Papa Giovanni XXIII, che è una realtà ecclesiale fondata da Oreste Benzi. Davvero un sant'uomo, come l'ha conosciuta e, prima di tutto, che cos'è?

«Beh, è un'associazione prevalentemente di famiglie. Al momento, di famiglie che decidono, che scelgono di aprire la famiglia per accogliere chi ha bisogno di una famiglia. È nata con giovani 50 anni fa e oggi siamo un po' meno giovani».

 

 

Domanda: Come ha incontrato l'associazione di Don Benzi? Perché ha scelto di appartenervi?

«L'ho incontrata una ventina di anni fa a Torino, la città in cui son cresciuto con mia moglie. Eravamo già sposati e ci interessava l'affidamento dei bambini. Avevamo già due figli».

Domanda: Vi siete sposati, conosciuti e sposati molto giovani, no?

«Ci siamo conosciuti a 15 anni e ci siamo sposati a 26. Abbiamo fatto conoscenza in parrocchia in gruppo da animati poi diventati animatori. Sì, siamo stati molto fortunati in questo. E c'erano manifesti in tutta la città con facce di bambini bellissimi che dicevano "ho bisogno di te". E mia moglie, che era appena diventata mamma, ha detto: "Ma perché non aiutiamo"? Abbiamo conosciuto Don Oreste Benzi nel 2004 e nel 2007 con la sua scomparsa ci siamo sentiti molto disorientati, perché eravamo proprio agli inizi».

Domanda: Quanti figli avete accolto nella vostra famiglia, lei e sua moglie?

«Qualche anno fa avevamo fatto un conteggio, eravamo arrivati intorno ai 17-18. Adesso ne abbiamo accolti tre, e con i nostri quattro figli naturali siamo in nove in famiglia».

Domanda: I vostri figli hanno condiviso o subito la vostra scelta?

«Entrambe le cose, direi. I due più grandi sono nati in una famiglia normale con papà e mamma, che lavoravano in un alloggio normale di Torino, un po' piccolo. I due più piccoli, il più piccolo in particolare, è nato in una famiglia un po' più strana, un po' più allargata, già con tanti fratelli, in una casa più grande, in un paesino, perché ci eravamo trasferiti nel Canavese. I più grandi, forse, l'hanno più subita; per i più piccoli, invece, è stata la loro famiglia da sempre».

«Io ho capito soltanto dopo qualche anno che i figli ci sono tutti affidati, non sono nostri. Neanche quelli naturali sono nostri. L'affidamento, credo, è una grande sfida anche per imparare a lasciare andare. In alcuni casi, soprattutto con alcune ragazze che abbiamo avuto, con problemi alimentari o con problemi di violenze subite, è stato molto impegnativo».

Domanda: Il lasciarli andare è anche un respiro di sollievo?

«Poi senti, dopo, la mancanza. In alcuni casi, soprattutto con i neonati. Abbiamo avuto tanti neonati che il Comune di Torino ha un bellissimo progetto che si chiama "progetto neonati", per cui i bambini, invece di stare in ospedale (quelli che poi andranno in adozione) vengono curati da famiglie temporanee. Lì, è più dura perché il neonato ti entra proprio dentro».

Domanda: E questo è un carisma, un marchio insomma, della vostra associazione. Quando, oggi, la parola "famiglia" sembra una brutta parola? Voglio dire, cioè, sembra un ostacolo alla libertà o ad altre forme di convivenza, no?

«Per me la famiglia è ancora credo un tassello fondamentale della società, è un luogo nel quale si vive la solidarietà, l'apertura, la convivenza, la capacità di adattamento. Tuttavia, io ritengo che la famiglia sia veramente un valore nella sua caratteristica di solidità. L'attacco come viene detto alla famiglia e il considerarla invece molto meno stabile indebolisce questo elemento»

Domanda: Si è discusso di un periodo di omertà e ipocrisie riguardo la famiglia, che ne pensa?

«È vero che c'è stato un lungo tempo di omertà, ipocrisie e formalità in cui si coprivano semplicemente fatiche, obblighi, abusi. Io credo che la famiglia debba evolvere, ma quello che non credo corretto è che debba essere attaccata, consumata. Invece noto che noi tendiamo a "consumare" la famiglia e il sospetto è che questo permetta ci renda un po' più fragili e quindi un po' più manipolabili».

Domanda: Mettere insieme i soldi è una scelta che lei e sua moglie avete fatto?

«Viviamo l'economia di condivisione, con cui diverse famiglie e realtà condividono le risorse. Non tutte le famiglie della Comunità fanno questa scelta. Mettiamo in comune il denaro e poi prendiamo quello di cui abbiamo bisogno. Quindi è un dare tutto e poi un prendere, e ce n'è sempre in abbondanza. È un modo che ci permette di ottimizzare e di sostenere anche le realtà all'estero».

Domanda: Come riesce a gestire una realtà mondiale come la sua dal Canavese (zona del Piemonte, ndr)?

«Da casa mia mi occupo di dirigere una realtà mondiale che comprende più di quasi 500 case famiglia nel mondo con un sacco di volontari, un sacco di persone legate all'associazione, ma non lo faccio da solo. Servono viaggi, e ci stiamo strutturando come famiglia perché le esigenze sanitarie dei nostri ragazzi più fragili necessitano la presenza di due persone».

Domanda: Avete in affido ragazzi con disabilità gravi?

«Sì, con disabilità gravi e aspetti sanitari anche impegnativi proprio nella quotidianità. C'è bisogno di quella costanza dell'essere sempre presenti, soprattutto al mattino e alla sera la mia eventuale assenza deve essere sostituita».

Domanda: Lei è stato per anni responsabile di Operazione Colomba. Ecco una realtà di volontariato e di presenza in luoghi di guerra all'interno della vostra realtà ecclesiale che nasce durante la guerra dei Balcani. Nasce nel '92?

«Sì, nasce nel '92. L'operazione Colomba è la colomba della pace. Insomma, una perla simbolica. Sì, è una perla, un'altra invenzione di Don Oreste. Lui era un pacifista che credeva veramente nell'utopia di poter realizzare sulla terra la pace vera. Non quella imposta anche con la forza, ma una pace che nasca dal costruire relazioni di perdono. Non pacifismo ideologico che infiamma soltanto le piazze ma che poi non è presenza. La nostra presenza in zone di conflitto si basa sul principio della non-violenza».

Domanda: E come si risponde al terrorismo?

«Purtroppo il terrorismo e il male hanno un effetto devastante».

Domanda: Come affrontate il terrorismo e come si controbilancia l'odio che cresce sempre più anche con basi religiose e razziali oltre che politico e sociale?


«È una resistenza che ragiona su tempi più lunghi, è un acculturamento delle giovani generazioni. Il successo non è tanto nella presenza dei volontari di Operazione Colomba, ma è nella nascita di figli e poi nipoti che invece di prendere un sasso o un bastone, tentano di intraprendere un dialogo».

Domanda: In che modo è possibile intervenire nei processi educativi per promuovere la pace, pensando all'Ucraina dove voi siete presenti?


«Il problema è che non lo si fa abbastanza. Dove lo facciamo in effetti, rende. Vediamo giovani che oggi sono nipoti, di quelle mamme di quei papà che ormai sono nonni, e che hanno accolto la proposta di Operazione Colomba 30 anni fa. Sono giovani che hanno scelto la non-violenza e la pace. Però siamo ancora una minoranza. La voce più forte che grida di più, è invece quella del sopruso e della violenza».

Domanda: Di fronte a queste grandi tensioni come è possibile mantenere una posizione neutrale, evitando di schierarsi da una parte o dall'altra?

«È difficile non rispondere di fronte alla violenza e quando sei impegnato in una relazione umana. Quando sei sul campo è difficilissimo non schierarsi, perché sul campo, nella condivisione che tu vivi, instauri delle relazioni che per forza ti fanno essere in empatia con la persona con cui condividi».

Domanda: In scenari dove l'odio è così radicato e sempre più alimentato giorno dopo giorno, com'è possibile parlare di perdono o sperare nel perdono?

«Il perdono a questi livelli è un perdono che ha qualcosa di sovra-umano; è un'esperienza che è molto forte. Io non so se io sarei in grado. Le persone che però riescono a perdonare la violenza ingiustificata hanno questa forza dentro di loro. Io credo, noi crediamo, che arrivi anche una grazia, un surplus di grazia».

Domanda: Proprio sulla Terra Santa, dobbiamo continuare a ribadire due popoli due stati. Ma come si può fare, lei che conosce quella realtà?

«Bisognerebbe valorizzare quelle piccole oasi di convivenza pacifica che già ci sono invece di tenerle nascoste: ci sono famiglie israeliane e famiglie palestinesi che dialogano e che sono amiche. È un'esperienza che noi viviamo».

Domanda: Che direbbe Don Oreste Benzi oggi leggendo i giornali, guardando le immagini in televisioni, sui social?

«Credo che sbatterebbe i pugni sul tavolo di qualche governante, perché l'ingiustizia veramente gli faceva ribollire il sangue. Credo che griderebbe di spegnere, spegnere proprio i bottoni che lanciano i missili e di staccare qui da noi le spine».

Domanda: Una canzone, una musica che lei ama e che ci aiuti a immergerci in questo desiderio reale di pacificazione?

«Vado indietro, quando ero un ragazzo in parrocchia con mia moglie e noi suonavamo "Dio è morto" di Guccini. Era una canzone che ha una sessantina d'anni ma è molto attuale. Sembra che parli di ateismo ma conclude: Dio è risorto. E tra l'altro cantata da Guccini era abbastanza significativa».

 

 

 



Ufficio stampa
06/11/2023

 

 

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