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Chi vuole la pace?

La via della nonviolenza è percorribile e reale, eppure la vendita di armi italiane all'estero cresce vertiginosamente

“EveryDay Resistance” è il titolo dell’incontro pubblico che si è tenuto l’11 maggio presso il CEIS (Centro Educativo Italo Svizzero) a Rimini. Il protagonista della serata è stato Hafez Huraini, fondatore del Comitato popolare di resistenza nonviolenta delle colline a sud di Hebron, in Cisgiordania. Huraini ha parlato della sua esperienza di palestinese che vive in un territorio sottoposto al controllo di Israele e dove i coloni si accaniscono contro la popolazione locale.

L’evento è stato promosso da EducAid e da Operazione Colomba della Comunità Papa Giovanni XXIII .

«In un periodo in cui l’Islam viene associato troppo spesso a violenza e terrorismo, vogliamo dare visibilità a esperienze che da anni si impegnano nel promuovere il dialogo e la resistenza nonviolenta. – dichiara Riccardo Sirri, direttore di EducAid - È importante farlo anche valorizzando il ruolo della comunità islamica sul nostro territorio. EducAid è una ONG che lavora da 15 anni in Palestina in ambito educativo e in quello della disabilità. Sosteniamo questa iniziativa perché è un modo di costruire una rete di pace, dando voce tutti insieme alle vittime della violenza che hanno scelto di reagire con la forza delle nonviolenza. Sono loro le voci più credibili».

«È una testimonianza – gli fa eco Antonio de Filippis di Operazione Colomba -  che insegna che per lottare contro l'occupazione di Israele non c'è solo la violenza oppure la rassegnazione di chi pensa non si possa fare niente. C'è una terza via che sta prendendo piede ed è molto efficace. Sono esperienze poco conosciute, invisibili e silenziate dai media, per questo dobbiamo farle emergere».

E mentre eventi come questo cercano di diffondere una cultura della pace, dall'altra parte le autorizzazioni del Parlamento italiano alla vendita di armi all’estero sono cresciute vertiginosamente: 14,6 miliardi di euro (+85% rispetto al 2015, +452% rispetto al 2014). I dati emergono dalla relazione inoltrata al Senato il 27 aprile scorso, in applicazione della legge 185/90. Gli armamenti e i sistemi d’arma italiani finiranno in 82 Paesi del mondo con il rischio di andare a rifornire regimi autoritari che vanno ad infiammare le regioni di maggior tensione del pianeta.

La Relazione annuale evidenzia soprattutto la commessa di 28 Eurofighter della Leonardo al Kuwait del valore di 7,3 miliardi di euro. Proprio il Kuwait (7,7 miliardi) è al primo posto tra i paesi destinatari di armamenti italiani, seguito da Gran Bretagna (2,5 miliardi), Germania (1,1 miliardi), Francia (574 milioni), Spagna (444 milioni), Arabia Saudita (427,5 milioni), Usa (380 milioni), Qatar (341 milioni), Norvegia (226 milioni) e Turchia (133,4 milioni).

«Al di là del preoccupante livello raggiunto dalle autorizzazioni all'export militare e della  problematicità di alcuni Paesi destinatari, l'elemento che maggiormente ci preoccupa riguarda la soddisfazione sia della Presidenza del Consiglio che del Ministero degli Esteri per l'aumento delle vendite di armamenti italiani – commenta Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo (della quale anche la Comunità Papa Giovanni XXIII fa parte)–. In realtà il ruolo del Governo, e in particolare dell'UAMA (Unità per Autorizzazione dei Materiali d'Armamento), sarebbe quello di controllore al fine di rilasciare autorizzazioni in linea con i principi della Legge185/90, non di sponsor dell'industria militare».

Il rischio di una industria bellica che alimenta i conflitti per aumentare i guadagni è fin troppo evidente.



11/05/2017
TAG: Pace
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