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Sopravvivere alla tratta è possibile?

Un seminario all’Università di Bologna parla dell’integrazione delle vittime della prostituzione

Dove lavora chi si è salvato? E come contrastare lo sfruttamento del corpo femminile? L'empowerment delle donne sopravvissute alla tratta è possibile nel 2018? Chi è riuscito a sfuggire alle mani di reti criminali transnazionali che ne traevano guadagni, usandone e vendendone i corpi, che esperienze di inclusione vive nelle nostre città?

Per la prima volta all’Università di Bologna, in collaborazione con il Dipartimento di Sociologia e Diritto dell'Economia e il Festival della migrazione che in terra emiliana annualmente dà voce ai migranti presenza attiva e spesso integrata delle nostre città, la Comunità Papa Giovanni XXIII ha messo al centro il tema dell'integrazione e del lavoro attraverso il Seminario dal titolo emblematico "Sopravvivere alla tratta".

Significativo l'intervento di apertura del prof. Gabriele Manella del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell'Economia, alla presenza di circa 150 persone tra cui assistenti sociali, forze dell'ordine, operatori del settore, studenti universitari, che ha chiarito il significato di tratta di esseri umani secondo il Protocollo di Palermo e ha sottolineato, rifacendosi alle Nazioni Unite, che c’è sempre sfruttamento quando ad essere ingannate, trafficate, usate sono donne e minori che si trovano in condizioni di vulnerabilità perché provengono da aree della terra in cui versano povertà, abusi sull'infanzia, violenza domestica, disgregazione familiare, emarginazione e mancanza di istruzione. Ingannate spessissimo con la promessa di un lavoro. E tra le vittime di tratta il numero prevalente è quello di donne e minori sfruttate sessualmente (68%). Provenienti prevalentemente da Nigeria (50%), Romania (40%) e anche da Bulgaria, Ungheria, Albania. Di recente anche giovani trafficate dal Venezuela, oppresso dal regime repressivo. Tra i presenti anche l’on. Fabiana Dadone che nella passata legislatura è stata presidente del Comitato sul traffico di esseri umani all’interno delle Commissione d’inchiesta sulle mafie.

Quali sono i traumi che vivono le donne prostituite?

I traumi li subiscono nel Paese di origine quando sono adescate, durante il viaggio, nelle due principali rotte che sono quella libica - o che comunque attraversa l'Africa subsahariana - e quella balcanica, e all'arrivo in Italia nella prostituzione in strada o anche negli appartamenti.

«Ci sono in loro cicatrici psichiche - ha precisato Martina Taricco, psicologa del Servizio Antitratta della Comunità Papa Giovanni XXIII che segue i percorsi di psicoterapia di alcune vittime del Progetto L'anello debole del Piemonte - e difficoltà affettive e relazionali e questo disagio è proiettato sullo sfondo di dinamiche storico-sociali e familiari.

La violenza da cui provengono queste vittime di tratta, unita al contesto socio-culturale ed economico di cui sono intrise per nascita, produce una sofferenza difficile da manovrare, gestire, interpretare. Sofferenza che si esplica su differenti registri. Economici: il mio corpo è proprietà di chi? Io sono proprietà di chi? Magico-religiosi: umano/altro; visibile/invisibile. Psicologici-morali: attribuzione di colpa per la situazione vissuta». E ancora di più ognuna di loro, dopo aver subìto molteplici stupri ha una caratteristica: «Perdere il senso di sé, è la cosa più semplice che esista al mondo per una prostituta», come scrive Rachel Moran, nel suo libro “Stupro a pagamento”. Allora è possibile il riscatto? Una volta accolte in programmi di recupero e assistenza, è possibile sopravvivere?

#FOTOGALLERY:seminarioBO#

Dove lavorano le sopravvissute alla tratta per prostituzione?

Da un'indagine condotta dalla Comunità di don Benzi in tutta Italia su un campione di 60 "sopravvissute", assistite nelle Case di fuga e nelle Case famiglia, emerge che nel periodo compreso tra il 2012 e il 2018 è avvenuto un cambiamento nella progettazione individuale: dalle professioni non qualificate (badanti, operaie agricole e addette alle pulizie) a professioni qualificate molto variegate, valorizzando anche le eccellenze nei territori con un aumento delle opportunità di formazione e della professionalizzazione. E anche una maggiore creatività negli inserimenti lavorativi: dai tirocini brevi dei progetti ministeriali a nuove forme di apprendistato, contratti a termine in affiancamento, con possibilità di corsi d’aggiornamento in itinere. Vanno dunque per la maggiore le professioni del settore secondario (industria alimentare, manifatturiera, cartaria, tessile, produzione calzature, borse in pelle, miele) e del settore terziario (settore commerciale - addette alle vendite e settore turistico – ristorazione e settore assistenziale – OSS, scienze dell’educazione, scienze infermieristiche). Dove? Soprattutto in Piemonte, Lombardia e Emilia.

Liliana Ocmin del Coordinamento Donne della Cisl è intervenuta facendo emergere l'urgenza di nuovi percorsi operativi per l'inclusione sociale delle donne vittime di violenza sia all'interno del Tavolo tecnico contro la violenza di genere sia all'interno del Tavolo contro la tratta, anche promuovendo col Ministero del Lavoro incentivi non solo alle cooperative ma a qualunque impresa inserisca chi è stato vittima di violenza e sfruttamento sessuale. E inoltre è tempo di agire sulla radice del fenomeno della tratta delle donne ovvero i clienti che mettono a rischio anche la salute e la vita di tanti minori. «Occorre spezzare le catene di questo malaffare, nella consapevolezza che colpire la domanda di prostituzione vuol dire colpire al cuore lo sfruttamento sessuale e la tratta delle donne».

Anche 3 cooperative, l’emiliana CADIAI, la toscana Il Pungiglione e la cooperativa veneta QUID hanno voluto dare voce alle sopravvissute che in questi anni hanno potuto assumere consapevolmente cercando di ridare dignità alle loro vita attraverso il lavoro inteso come opportunità di realizzazione di sé e per il benessere e la crescita del nostro Paese.

 

Come contrastare lo sfruttamento del corpo femminile?

Gli strumenti di contrasto alla tratta e alle mafie transnazionali sono stati elencati dal Commissario Capo, Giovanni Maestrale, della Questura di Bologna. Tra le modalità di indagine per provare il reato di sfruttamento della prostituzione o addirittura di riduzione in schiavitù, «oggi gli strumenti più efficaci di prova del fatto criminoso sono costituite dalle intercettazioni, sia telefoniche anche di comunicazioni avvenute all’estero, sia ambientali (dispositivi montati per cogliere tutto quello che avviene in un determinato ambiente, sia pubblico, privato che industriale). Senza di queste e solo sulla base delle troppo deboli dichiarazioni testimoniali della vittima, è molto difficile provare che si sia effettivamente verificato il reato di tratta sancito dai nostri artt. 600 e 601 del codice penale».

È con la Campagna antitratta Questo è il mio corpo che la Comunità di don Benzi porta avanti un’altra modalità di contrasto alla tratta che si basa sul cambiamento culturale e su una proposta di legge che segua il cosiddetto “modello nordico” che prevede la punibilità del cliente perché come diceva don Oreste Benzi «se non ci fosse la domanda non ci sarebbe l’offerta» e quindi le tratte che “alimentano” di giovani corpi il sistema prostitutivo. Laila Simoncelli, avvocato del Servizio legale della Comunità Papa Giovanni XXIII, nel suo intervento ha infatti ricordato che «la prostituzione è una grave violazione dei diritti umani. Il cliente è anello di congiunzione della catena di sfruttamento e di violenza di genere. I suoi schemi comportamentali, oggetto di numerose indagini, contengono in sé un fattore criminogeno molto elevato rispetto alla parità di genere e soprattutto alla violenza sulle donne».

Esemplare in questo senso la linea della Francia che con la legislazione del 2016 ha previsto sanzioni e stage di sensibilizzazione per i clienti. Il giurista François Vignaud Responsabile dei Rapporti Istituzionali della Fondation Scelles di Parigi è tra i promotori dei corsi di sensibilizzazione per i clienti realizzati in un’unica giornata intensiva per cambiare la cultura e le attitudini nei rapporti. Sotto forma di dibattito e non solo di lezione frontale. «L’espressione del proprio pensiero è libera, così come la critica della loro condanna e la paura delle ripercussioni penali e i termini della sanzione alternativa. I partecipanti, mediamente 8 per giornata, vanno dai 18 ai 78 anni. La maggior parte di essi è socialmente integrata, istruita e iscritta a relazioni emotive stabili. Le loro attività professionali spaziano dai mestieri manuali alle funzioni intellettuali di responsabilità e di artigianato». I temi affrontati vanno dal significato della portata dell’acquisto, effettivo o previsto, di servizi sessuali, gli aspetti psicologici (dal desiderio al possesso), le nozioni di vittime e di violenza contro le donne, gli aspetti sanitari e sociali inclusi nel sistema prostitutivo.



Irene Ciambezi
31/10/2018
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