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L'elemosina rende schiavi

A Bologna una nuova casa famiglia per gli ultimi

«Quello che mi stupisce di più della Comunità Papa Giovanni XXIII è come riesca sempre a rendere semplici le cose complicate: oggi mentre tutti costruiscono muri e chiudono le porte e il cuore, una nuova casa-famiglia della Comunità apre le porte a tutti senza distinzioni». Ha accompagnato con queste parole Mons. Matteo Maria Zuppi la benedizione della casa-famiglia del Pilastro, l'unica in città, inaugurata oggi alle 16.30 alla presenza del Presidente dell'Associazione Giovanni Ramonda e dell'Assessore al Welfare del Comune di Bologna, Luca Rizzo Nervo.

30 anni di condivisione multietnica nel quartiere Pilastro

Furono per primi i coniugi Angelo e Anna Giardini nel 1992 ad aprirsi all'accoglienza nell'abitazione di Via Pirandello 7, concessa in comodato d'uso dal Comune di Bologna all'Associazione Papa Giovanni XXIII per "dare una famiglia a chi non ce l'ha", all'epoca alcuni disabili del territorio. Ascoltando il grido dei poveri della città, la famiglia Giardini si rese disponibile in seguito anche all'accoglienza di donne vittime di sfruttamento sessuale. Nel '96 infatti prese il via la prima unità di strada della Comunità a Bologna. Oggi, dopo quasi trent'anni di presenza nel quartiere Pilastro, il capoluogo emiliano vede alla luce una nuova realtà dell'Associazione di don Benzi, la casa famiglia Pamoja (che in lingua Kiswahili significa "insieme"), che non a caso già dal nome esprime il desiderio di essere segno di apertura agli ultimi di ogni nazionalità e di ponti di pace possibili. I coniugi Matteo Pisani e Giulia Montanari, responsabili della struttura, infatti sono tra i promotori in città del Portico della pace, una rete interreligiosa, interconfessionale e interculturale che dall'inizio dell’anno ha animato diverse associazioni bolognesi. In casa in tutto sono in 8: oltre ai due figli naturali i giovani sposi sono divenuti infatti mamma e papà di altri quattro adolescenti e nei weekend anche di alcuni bimbi di origine rom. 

Una coppia a fianco delle vittime di tratta: il nuovo progetto elemosinari

Matteo, fisioterapista e Giulia, pedagogista multiculturale, aiutano da tempo donne trafficate ai fini di sfruttamento sessuale, dal primo  contatto all'accoglienza, impegno per cui la Comunità Papa Giovanni XXIII, nella rete comunale da sedici anni, è stata di recente sostenuta anche dalla FAAC Spa insieme al Bologna FC calcio con l'iniziativa del radiocomando del tifoso contro la tratta. 

#FOTOGALLERY:casafamiglia#

Ed ora partirà un nuovo progetto di ricerca antropologica sul fenomeno dell'accattonaggio sostenuto dall'Istituzione per l'inclusione sociale Don Paolo Serra Zanetti di Bologna. Il primo in Emilia Romagna: ad oggi infatti è stato sviluppato il tema solo in Veneto con la ricerca "Stop for Beg". Giulia e Matteo hanno spiegato all'inizio dell'inaugurazione che, da alcuni anni, l'unità di strada dell'Associazione incontra di giorno anche elemosinari e lavavetri davanti ai supermercati, in stazione e nel centro della città. Circa 200 persone che vivono in strada, il 40% profughi di origine africana, il resto di etnia rom - spesso mutilati - e appartenenti a gruppi familiari allargati. «Li contattiamo ad uno ad uno per conoscerne le origini e far emergere eventuali situazioni di tratta e sfruttamento, cercando di comprendere come sono organizzati, chi indica loro dove andare a fare questua, e infine proporre loro un cambiamento di vita e un possibile progetto di inclusione sociale». Anche l'elemosina infatti spesso rende schiavi ed è anche per questo che in Italia il Decreto legislativo 24 del 2014 e il successivo Piano nazionale Antitratta specificano le caratteristiche delle persone vulnerabili che possono essere inserite in programmi di assistenza. Non solo donne sfruttate a scopo sessuale ma anche minori, donne e uomini, disabili, vittime di accattonaggio o di sfruttamento lavorativo. Anche a Bologna questo fenomeno, finora sommerso, verrà alla luce e troverà, grazie alla Comunità di don Benzi, possibili risposte per l'accoglienza delle vittime.



Irene Ciambezi (Foto di Nicola Pirani)

 

 

 

 
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