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Capodanno giovani in Romania

Un’esperienza che scombussola il cuore, raccontata dai protagonisti

C'è chi festeggia l'arrivo del  nuovo anno con panettone e spumante, c'è chi partecipa alle grandi feste in piazza, c'è chi parte e va in Romania, per stare con gli emarginati, con quelle persone che non festeggiano il 31 dicembre, ma nemmeno il 1° gennaio, perché spesso le loro giornate sono tutte uguali.
Festeggiare "L'ultimo con gli ultimi" è un'iniziativa che da anni la Comunità Papa Giovanni XXIII propone ai giovani, spingendoli alle periferie esistenziali, per donare loro un'esperienza che spesso scombussola le loro prospettive e le loro vite...

Ecco alcune esperienze vissute dai giovani che hanno avuto il coraggio di vivere un capodanno diverso dal solito.

«Mi porto a casa tante domande»

«Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese» (Mt 2, 12)
Dopo l’esperienza a Bucarest, non posso che fare ritorno a casa «per un’altra strada».

Questi giorni sono stati tanti piccoli e grandi fulmini che hanno illuminato, in modo anche violento a volte, alcuni grigi della mia vita. Scrivendo rivivo le contraddizioni che ho incontrato: bambini cresciuti in un quartiere di morte che esprimono vita, anziani abbandonati che affidano il proprio dolore, disabili fermi in un letto che guardandoti muovono maree. E ancora: senza fissa dimora ubriachi che richiamano il silenzio per pregare Dio, ragazzi delle comunità terapeutiche che si fanno riempire dall’incontro con l’altro, giovani che lasciano i propri agi per entrare nel disagio.

Non posso allora che rientrare in un altro modo nella mia quotidianità, con occhi nuovi per vedere il fratello che ho accanto, mani pronte a sporcarsi e cuore aperto all’accoglienza. Non posso che mettermi in moto perché anche a me spetta il compito di «lasciare il mondo un po’ meglio di come l’ho trovato» (Baden Powell).

Ringrazio Dio per avermi accompagnato in questa esperienza che mi ha interrogato sul senso della mia vita. Porto a casa tante domande: Come posso fare qualcosa di grande nella mia vita? Come posso incidere su ciò che crea sofferenza e disagio? Qual è il mio posto? Cosa voglio lasciare al mondo? Ho portato a casa anche un invito: «Vieni e seguimi». (Mt 19, 21). È stato un ritorno all’essenziale della vita, al cuore del Vangelo: l’amore per gli ultimi. Il cuore è colmo.

Giulia Riboli

#FOTOGALLERY:bucarest#

«I poveri mi fanno riscoprire di voler essere giovane»

«Non so come mai, ma quando torni sei sempre diversa e penso ti faccia un sacco bene».
Sono tornata da qualche giorno dal #campofuorilemura a Bucarest, Romania e dopo essere rientrata nella quotidianità, ho ricevuto questo messaggio da una mia amica.
È proprio come dice lei: mi sento diversa, cambiata e ciò è grazie a quello che ho vissuto in Romania.
Mi piace l’idea di farmi modellare e forse, il mio partecipare al campo è proprio per questo motivo: per non adagiarmi.
Molto spesso, immersa nella frenesia della quotidianità, tendo a ristagnare, a trovare un apparente equilibrio ma ciò non è positivo.
Per questo, ho scelto nuovamente di trascorrere del tempo nella terra delle contraddizioni per eccellenza: si passa in un istante dal luccichio del centro al grigiore dei block.

Mi sembra quasi di poter fare un salto nel passato, tornando a vivere nell’era vittoriana, conosciuta per l’accesa dualità: apparenza e realtà.
A Bucarest, tra i tanti ambienti, alcuni scarti della società vivono nel “Spital de Boni Cronice Sf. Luca”, di cui mi sembra ancor ora di poter percepire l’odore fetido che invade le stanze dell’edificio talmente anonimo che spersonalizzerebbe chiunque.
Mentre scrivo mi riaffiorano i ricordi e riecheggiano le risa colorate dei bimbi di Ferentari.
Mi pare quasi di avere accanto Mario che con la sua voce squillante mi dice: «Salut Alex, ce faci?».
Don Oreste Benzi scrive: «È giovane colui che vuole sempre di più, non gli basta mai, per cui è aperto alla vita, non reprime mai il bene, e fugge, ovunque, il male».

I poveri, mi fanno riscoprire di voler essere giovane.
La Romania è una nazione caratterizzata da un popolo che non ha opportunità, dunque è priva di possibilità di scegliere.
Mario, Ana Maria, Ionut, Andrei, Mihaela non possono essere artefici del proprio destino.
Più ci penso e più mi rendo conto della grande occasione che ho: poter essere attrice della mia vita.
I ragazzi disabili che ho preso per mano e con cui ho ballato spensieratamente mi fanno comprendere che vale la pena uscire dagli schemi prestabiliti della nostra società nonostante le mille paure e angosce. 

Una sera, alla Gara de Nord (stazione), insieme ad un gruppetto di giovani, abbiamo incontrato alcuni senza fissa dimora.
L’idea era quella di passare del tempo con loro, fare due chicchere e offrir loro qualcosa da mangiare.
Ho impressa nella mente la scena in cui porgo ad una signora un panino e lei, non solo rifiuta ma mi offre dei cioccolatini: avevano il sapore della semplicità.
È un gesto che mi ha lasciato senza parole.
Lei che non ha nulla, mi offre quel poco che possiede.
Cerco allora di portare questo esempio alla vita concreta pensando che, ognuno di noi, spesso, si sente piccolo e impotente.
Forse però, dovremmo accettare che, nonostante la nostra piccolezza, anche noi possiamo compiere gesti grandi.

Ora, ti chiedo: «Tu hai una vita piena?»
Guardati dentro e se senti di sopravvivere di un equilibrio apparente, scegli di vivere un’esperienza che possa scombussolarti il cuore e fare di te un capolavoro.

Alessandra Vegis



15/01/2019
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