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Una delle più antiche immagini degli incontri della Comunità Papa Giovanni XXIII, foto di Riccardo Ghinelli

Apg23: 40 anni fa i primi passi fondativi

A Valdragone (nella Repubblica di San Marino) tre giornate iniziarono a portare su scala nazionale l'esperienza della Comunità riminese

Don Oreste Benzi: «Si è deciso che possono far riferimento all'autorità della comunità, anche i gruppi fuori di Rimini». Fra tutte le decisioni prese nel 1976, quarant'anni fa, nella “Tre Giorni” della Comunità Papa Giovanni XIII a Valdragone (San Marino) è forse questa a dare meglio l'idea del momento storico di allora.

È cosa risaputa che la Comunità sia nata nel 1968 per iniziativa di don Oreste da un gruppo di ragazzi dopo un soggiorno ad Alba di Canazei, meno noti sono i passi con cui è arrivata ad essere presente con svariate modalità nei cinque continenti. Un articolo del terzo numero di “Sempre” (il mensile della Comunità, ndr) ci ricorda una di quelle tappe.

 

Santuario di Valdragone con il centro
Santuario di Valdragone con il centro "San Giuseppe" dove si svolse la tre giorni nel 1976

 

La Comunità aveva già affrontato un preciso momento di crescita nel 1973 con l'apertura della Casa di Coriano dove si attuava la condivisione con gli ultimi nella propria famiglia. Si aggiungeva alla presenza ai disabili negli istituti e nelle famiglie ed all'azione di rimozione delle cause portata avanti da Commissione Giustizia, attività che comunque proseguivano.

Oggi i numeri di allora fanno sorridere: cinque case famiglia, forse una cinquantina di persone come membri. Numero comunque incerto: non esisteva un elenco ufficiale né un criterio per definire l'appartenenza. In ogni caso era un periodo di crescita, nuove persone si aggregavano, alcune proprio con l'intenzione di aprire una Casa-famiglia. Le richieste iniziavano a provenire anche da fuori Rimini, sia grazie ai soggiorni estivi sia all'arrivo di Obiettori in servizio civile da diverse parti d'Italia.

Il cammino delle Case-famiglia era ancora da precisare. Erano nate come strutture di “pronto soccorso”, ma la difficoltà di collocare altrove gli accolti le trasformava in breve tempo in accoglienze permanenti. Inoltre si era visto che non tutti coloro che chiedevano di aprire case case-famiglia riuscivano poi a portarle avanti con successo. Fu quest'ultima problematica a dare origine alla decisione di richiedere alle persone un “anno di esperienza” prima di aprire nuove strutture. Da qui nacque poi l'idea di un “periodo di verifica vocazionale” per tutti prima dell'ingresso ufficiale in Comunità.

Diverse decisioni riguardarono la vita dei membri di Comunità. Si cominciò ad elencare quali fossero i momenti di preghiera e di incontro necessari per la vita comunitaria e quali di questi fossero indispensabili, elenco tuttora attuale. Emerse anche un'esigenza: chi era in comunità da più tempo era abituato a prendere diverse scelte personali nelle riunioni comunitarie. Ora la comunità era diventata troppo grande e non c'era tempo per affrontare i problemi di tutti. Di qui la richiesta di vedersi in gruppi più piccoli: era l'inizio dei nuclei, che oggi sono uno degli appuntamenti più sentiti dai membri.



testi e foto di Riccardo Ghinelli

 

 

 

 
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