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In carcere fino all’anno 9.999

Campagna contro l’ergastolo ostativo, che è una pena di morte nascosta

Il 10 dicembre scorso (Anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani) la Comunità Papa Giovanni XXIII ha aderito ad un giorno di digiuno nazionale contro la pena dell’ergastolo. «L’uomo non è il suo errore, ma è molto più grande», diceva don Oreste Benzi.

Papa Francesco definisce l’ergastolo come una pena di morte “nascosta”: «Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo. Nel Codice penale del Vaticano non c’è più l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte nascosta» (Discorso del Santo Padre Francesco alla delegazione dell’Associazione internazionale di diritto penale nella Sala dei Papi il 23 ottobre 2014).
Infatti da luglio 2013 nel Codice penale del Vaticano non c’è più l’ergastolo.

«Gli ergastolani non hanno mai anni di carcere in meno da fare, ma sempre anni in più. Crediamo che questa terribile pena ti mangi l’anima, il corpo, il cuore e l’amore» dice Giorgio Pieri, coordinatore CEC (Comunità educante con i carcerati della Comunità Papa Giovanni XXIII). «Pensiamo che una pena come l’ergastolo non sarà mai in grado di fare giustizia. Un uomo, qualsiasi reato abbia commesso, non può essere annullato. Punito sì, ma non distrutto per sempre. E poi l’ergastolo non funziona, non è un deterrente, può solo alimentare il male, e fa sentire vittime del reato, anche se il reato è il loro. Molti sono contrari alla pena di morte, eppure non lo sono per la pena dell’ergastolo. E non si capisce bene il perché. Le alternative sono due: o pensano che l’ergastolo sia meno doloroso della pena di morte, o il contrario, cioè che con la pena di morte cessi la sofferenza della pena e quindi finisca anche la vendetta sociale».

Cosa significa ergastolo ostativo

La pena dell’ergastolo, in Italia, è  prevista  e disciplinata dal Codice Penale, agli articoli 17 e 22. Chi vi è condannato può, nelle modalità previste, avere accesso a una serie di benefici, come il regime di semilibertà e la libertà condizionale, e godere di determinati tipi di permessi. Inoltre, è stabilito che dopo  al massimo 26 anni di espiazione della pena, il condannato possa essere ammesso alla liberazione condizionale.
Il significato di ergastolo ostativo (detto anche carcere a vita) praticamente è questo: l’accesso ai benefici e alle misure alternative al carcere sono negati, senza nessuna possibilità di cambiamento.

Che pena questa morte! Una lettera aperta contro il carcere a vita

La Comunità Papa Giovanni XXIII ha sempre sostenuto la campagna contro il carcere a vita. Di seguito pubblichiamo una lettera aperta scritta da Giorgio Pieri.

La rivoluzione di Papa Francesco si fa avanti a piccoli passi, ma decisivi per un cambiamento della storia umana. Mentre Trump invoca la pena di morte per il terrorista colpevole di stragi in nome dell’ISIS, il Papa va direttamente nella direzione opposta: l’abolizione della pena di morte. Ma non è questa la rivoluzione del Papa, ma il contesto nel quale afferma tale dovere cristiano: il discorso per la promozione della nuova evangelizzazione, svolto mercoledì 11 ottobre 2017.
Due parole chiave per comprendere: “Custodire” e “Proseguire”. La Chiesa deve custodire la verità, proteggerla dai nemici, dai falsificatori, e oggi dall’ideologia del nulla che permette tutto. Contemporaneamente si rende necessario «esprimere le novità del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce. È quel tesoro di “cose antiche e nuove” di cui parlava Gesù, quando invitava i suoi discepoli a insegnare il nuovo da lui portato senza tralasciare l’antico (cfr Mt 13,52)». Don Oreste, fondatore della comunità Papa Giovanni XXIII, e Servo di Dio di cui abbiamo celebrato i 10 anni la sua salita in cielo, aveva proprio la capacità di rendere attuale il vangelo perché pur custodendo la verità sapeva attualizzarlo attraverso la vita di condivisione con i poveri. Le definiva “le nuove chiamate”, i problemi che richiedevano una risposta nuova, creativa e a volte geniale alla luce del vangelo.

Pena di morte, misura disumana e contraria al vangelo

Rispetto al tema della pena di morte c’è stato un ripensamento da parte della chiesa la quale oggi, con le parole di Papa Francesco dichiara che «Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante. Mai nessun uomo, «neppure l’omicida perde la sua dignità personale», perché Dio è un Padre che sempre attende il ritorno del figlio il quale, sapendo di avere sbagliato, chiede perdono e inizia una nuova vita. A nessuno, quindi, può essere tolta non solo la vita, ma la stessa possibilità di un riscatto morale ed esistenziale che torni a favore della comunità».
Rispetto questa presa di posizione ho scelto di parlarne con una ventina di detenuti che espiano la loro pena presso la Casa Madre della Riconciliazione, casa situata nei colli riminesi facente parte del progetto CEC apg23 (Comunità Educante con i Carcerati della Comunità Papa Giovanni XXIII). Tra loro c’erano anche persone che hanno commesso omicidio e reati sessuali. Ho posto loro questa domanda: è giusto abolire la pena di morte? Sono rimasto sorpreso perché ho trovato resistenze e non pochi erano a favore della pena di morte. Poi parlando si è giunti a considerare la necessità dell’ergastolo a vita al posto della pena di morte. Ragionando e soprattutto considerando che anche su questo punto il Papa ha abolito l’ergastolo ostativo 3 anni fa dalla Città del Vaticano si è convenuto che il tema è davvero complesso e che la provocazione del Papa è enorme. Tempo fa ho visitato le carceri nello stato del Camerun che nelle sue leggi contempla la pena di morte e dove abbiamo 2 case d’accoglienza per detenuti secondo il progetto CEC ed anche una forte presenza nelle carceri che sono luoghi di tortura: in 24 persone in 12 metri quadrati, persone che hanno le catene ai piedi, condizioni igieniche assurde, cibi scadenti come l’assistenza sanitaria. In una di queste ho conosciuto condannati a morte che lo stato non uccide, ma di fatto li lascia in carcere. Mi viene in mente Woltair che mi disse: «sono anni che i miei occhi non guardano oltre i 30 metri. Per superare questo blocco, sono costretto a guardare in cielo, dove c’è Dio». Dentro per omicidio, Woltair ha solo 32 anni e da 10 anni è in carcere e finirà la vita lì dentro. Questi, come quelli che in Italia sono condannati con l’ergastolo ostativo usciranno dal carcere attraverso la bara, da morto. Ecco perché il Papa ha parlato dell’ergastolo ostativo come pena di morte mascherata. Ecco che allora siamo a dover considerare opportuno fissare una data di scadenza alla pena, al di là della tipologia del reato. Non a caso il Papa ha parlato di un diritto dicendo: «A nessuno, quindi, può essere tolta non solo la vita, ma la stessa possibilità di un riscatto morale ed esistenziale che torni a favore della comunità».

Ergastolo e giustizia

È ovvio che siamo tutti a chiederci: ma come è possibile offrire ai detenuti un riscatto morale ed esistenziale che addirittura abbia la forza di riparare al male fatto nei confronti della società? Sino ad oggi abbiamo risposto al male con il male. Fino a poco tempo fa, dice il Papa, «il ricorso alla pena di morte appariva come la conseguenza logica dell’applicazione della giustizia a cui doversi attenere. Purtroppo, anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia».
Don Oreste Benzi, parlando dei detenuti, sin dall’inizio affermava che fosse necessario riconoscere l’opzione fondamentale: «quando una persona si pente del male fatto, non deve fare neanche un giorno di carcere, ma magari dedicare la sua vita per rimediare al male fatto con azioni a favore delle vittime e della società».
Ecco allora che si rende necessario, anzi urgente creare luoghi di vita dove si rende possibile l’espiazione della pena che restituisca giustizia alle vittime e alla società. L’esperienza mi insegna che chi compie del male, spesso l’ha subìto. Il male cresce nelle ferite del cuore dell’uomo. Il male è una catena che si auto alimenta e non lo si a ferma con la violenza, con il male. Neanche la pena di morte ferma il male. Può fermare una persona, ma il male nella società aumenta. Che fare?

Il perdono non cancella la giustizia: un'alternativa al carcere

Costruire comunità educanti dove il reo espia la pena lasciandosi educare da una comunità che gli vuole bene. La comunità Papa Giovanni XXIII sperimenta tale modello da oltre 15 anni. Oggi sono oltre 300 le persone accolte a costo zero per lo stato. È possibile sperimentare la potenza del vangelo. La via del perdono, della misericordia quando è applicata con intelligenza, non cancella la giustizia, non degenera in buonismo. Ne è la prova che tanti sono quelli che preferiscono il carcere alla vita comunitaria che è fatta di regole. Di diritti, ma anche di doveri.
Arriverà il giorno che guarderemo le carceri, queste enormi colate di cemento, dove gli uomini vivono ingabbiati in condizioni disumane e arriveremo a riconoscerne l’assurdità. L’evoluzione dell’umanità non può mantenere luoghi di morte in nome della giustizia. Anche le carceri come sono oggi concepite verranno riconosciute al pari della pena di morte come un modo di rispondere al male attraverso una mentalità attenta alla regola, ma non alla persona.
Nella lettera del Papa colpisce come nel prendersi la responsabilità come Chiesa, ne individua le cause di certe scelte fatte nel passato: «Nei secoli passati, quando si era dinnanzi a una povertà degli strumenti di difesa e la maturità sociale ancora non aveva conosciuto un suo positivo sviluppo, il ricorso alla pena di morte appariva come la conseguenza logica dell’applicazione della giustizia a cui doversi attenere. Purtroppo, anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo».
L’abolizione della pena di morte dunque porta necessariamente all’abolizione dell’ergastolo ostativo. Ma se un criminale deve uscire dal carcere dopo 30 o 40 anni si rende altresì necessari la creazione di percorsi educativi che restituiscono alla società persone non più pericolose.
Tali percorsi rendono attualizzabile il vangelo che afferma che Gesù non è venuto per i giusti ma per gli ingiusti e soprattutto noi Cristiani siamo chiamati ad amare i nemici. Amare significa certamente perdonare, certamente avere misericordia, ma soprattutto creare le condizioni perché il reo non ricommetta reato. Laddove si possono sperimentare questi percorsi educativi, la recidiva si abbassa dall’80% al 15%. Ciò significa che la società applicando il vangelo, ha tutto da guadagnare in termini di sicurezza. Anche dal punto di vista economico investire sull’educazione permette un risparmi di oltre i tre quarti della spesa odierna. Un esempio in questa direzione è l’esperienza brasiliana: l’APAC (Associazione per la Protezione Assistenza Condannati). Sono piccoli ma significativi segni di speranza. Sono carceri senza guardie dove la recidiva si abbassa dall’80% al 20%. Cioè su 100 persone che escono solo 20 tornano a delinquere contro gli 80 del sistema comune. Nel solo stato del Minas Gerais sono 52 le carceri a metodo APAC ed i costi sono un quarto del metodo tradizionale. L’ONU l’ha riconosciuto come il miglior metodo nel panorama mondiale . La conferenza Episcopale Brasiliana (CEB) afferma che laddove c’è l’APAC non è più necessaria la pastorale carceraria. L’APAC prima di diventare ente giuridico era un grumo di volontari che appartenevano al gruppo Amando il Prossimo Amerai Cristo (APAC). Essendo un metodo che ha per fondamento l’esperienza Cristiana, non può che continuare a diffondersi. È la vittoria del bene sul male il primato di una giustizia educativa che prende il posto di una giustizia vendicativa che è quella delle carceri.

Giorgio Pieri coordinatore CEC apg23 (Comunità educante con i carcerati della Comunità Papa Giovanni XXIII)



18/12/2017
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