In occasione della Giornata europea contro la tratta, celebrata il 18 ottobre, la Comunità fondata da don Oreste Benzi richiama l’attenzione sui possibili rischi delle nuove procedure europee per la gestione degli arrivi e sulla necessità di riconoscere e proteggere le potenziali vittime fin dallo sbarco.
Dall’inizio dell’anno gli operatori della Comunità hanno partecipato ad attività in occasione degli sbarchi, incontrando minori, uomini e donne in condizioni di vulnerabilità. Riconoscere storie di violenza e sfruttamento non è semplice: nelle prime ore dopo l’arrivo i tempi ristretti e la difficoltà di costruire fiducia possono impedire di raccontare ciò che si è vissuto e di chiedere aiuto.
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, applicato dal 12 giugno 2026, prevede alle frontiere esterne uno screening di identità, salute e sicurezza entro sette giorni dall’arrivo e procedure di asilo accelerate, fino a 12 settimane, per alcune categorie di richiedenti. Come garantire, in tempi così stretti, che le persone che hanno subìto tratta o sfruttamento siano riconosciute e protette?
La Comunità Papa Giovanni XXIII ribadisce che per riconoscere le potenziali vittime non basta una valutazione rapida: servono competenze specifiche, capacità di ascolto, possibilità di approfondire le situazioni dopo il primo contatto e coinvolgimento effettivo degli enti antitratta. È fondamentale rafforzare la collaborazione tra istituzioni, forze dell’ordine, servizi di accoglienza, organizzazioni umanitarie ed enti antitratta: ne va del futuro di persone che hanno diritto a una vita sicura e dignitosa.
Da oltre trent’anni la Comunità è impegnata nel contrasto a tratta e grave sfruttamento, con attività di contatto, emersione, accoglienza e accompagnamento verso l’autonomia, e sa quanto sia difficile per le vittime chiedere aiuto.
Contrastare la tratta significa anche riconoscere le vittime prima che diventino invisibili.