Il 16 settembre scorso 23 medici sono stati sottoposti a perquisizioni personali, domiciliari e informatiche nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Ravenna sui cosiddetti “certificati anti-CPR”. L’operazione, condotta dalla Polizia di Stato attraverso il Servizio centrale operativo e la Squadra mobile di Ravenna, ha interessato professionisti attivi in nove città: Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese.
Il procedimento si inserisce nel filone già avviato nei mesi precedenti, quando su delega della pm Angela Scorza erano state disposte perquisizioni nei confronti di 8 medici in servizio nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna. I sanitari erano stati indagati per falso e interruzione di pubblico servizio, in relazione a 34 certificati ritenuti non veritieri. Per tre di loro la Gip Federica Lipovscek aveva disposto la sospensione dall’esercizio della professione per 10 mesi; agli altri era stato imposto il divieto di occuparsi del rilascio di certificazioni destinate ai CPR.
A intervenire è il Tavolo Asilo e Immigrazione, che esprime «piena e completa solidarietà ai medici» e richiama le parole di Filippo Anelli, secondo cui i sanitari «non sono ausiliari delle politiche di sicurezza». Nel comunicato, l’organizzazione parla di un tentativo di intimidire i professionisti e ribadisce l’incompatibilità dei CPR con i principi costituzionali, richiamando in particolare gli articoli 13 e 32 della Costituzione.
Sul tema intervengono anche Giuseppe Piacenza e Tullio Manca per la Comunità Papa Giovanni XXIII. Piacenza sottolinea che per 22 dei 23 medici controllati non risulterebbe neppure l’iscrizione nel registro degli indagati. Manca richiama il dovere del medico di valutare la salute e proteggere la fragilità clinica delle persone, chiedendo di non trasformare la professione in uno strumento di controllo. Il Tavolo Asilo e Immigrazione chiede infine una revisione profonda delle politiche di espulsione e il superamento dei CPR.
