La Comunità Papa Giovanni XXIII aderisce all’appello per la liberazione dei medici palestinesi

News pubblicata il: 02/09/2026

La Comunità Papa Giovanni XXIII aderisce all’appello “Curare non è un crimine”, promosso da Medici per i Diritti Umani (MEDU) in adesione all’iniziativa di Physicians for Human Rights Israel (PHRI), per chiedere la liberazione immediata dei medici palestinesi detenuti dalle autorità israeliane. L’appello chiede in particolare la scarcerazione di 14 medici palestinesi attualmente al centro di un ricorso davanti alla Corte Suprema israeliana e di tutti gli operatori sanitari palestinesi di Gaza detenuti illegalmente o arbitrariamente.

 

L’iniziativa è stata promossa dal gruppo di medici, infermieri, psicologi, professionisti e terapeuti sanitari della Comunità Papa Giovanni XXIII, da anni impegnata nella rimozione delle cause che innescano e mantengono le condizioni alla base delle guerre. L’adesione nasce dalla volontà di richiamare la tutela del personale sanitario e del diritto alla cura anche nei contesti di conflitto armato.

 

«La Comunità Papa Giovanni XXIII aderisce all’appello di MEDU per la liberazione dei medici palestinesi incarcerati dallo Stato di Israele. Questi medici, finché restano in carcere, non possono esercitare la loro missione, la loro vocazione: curare le persone, di cui a Gaza c’è un bisogno immenso. Per questo ci uniamo a chi chiede la loro liberazione», dichiara Matteo Fadda, responsabile della Comunità Papa Giovanni XXIII.

 

La posizione si inserisce nell’impegno dell’associazione per la rimozione delle cause che generano guerre e violenze. «Non basta invocare la pace, occorre costruirla. E non lo si fa con le dichiarazioni diplomatiche, ma mettendo in crisi dall’interno tutti quei meccanismi che generano ingiustizia, guerre e distruzione. Serve una rivoluzione silenziosa, operosa e quotidiana che parta dal basso», ha affermato Fadda.

La tutela degli operatori sanitari

Al centro dell’appello c’è la protezione di chi svolge attività sanitaria durante i conflitti. «Gli operatori sanitari non possono essere dei bersagli», si legge nel testo sottoscritto dai sanitari della Comunità. Il loro ruolo deve essere protetto, così come devono essere tutelate le strutture sanitarie: ospedali e ambulanze non devono diventare obiettivi militari, perché il soccorso e la cura delle vittime sono un diritto da difendere anche e soprattutto dentro la strategia della violenza che la guerra impone.

 

«Le Convenzioni di Ginevra e i loro Protocolli tutelano fortemente i medici e il personale sanitario nei conflitti armati. Proteggono le strutture sanitarie, come ambulanze e ospedali, ed esentano i medici da qualsiasi punizione o coercizione per aver agito secondo l’etica professionale», affermano i medici, gli infermieri, gli psicologi, i professionisti e i terapeuti sanitari della Comunità Papa Giovanni XXIII nel testo dell’appello.

 

La vicenda dei sanitari palestinesi detenuti si inserisce in un quadro più ampio di arresti, detenzioni e denunce di maltrattamenti ai danni del personale sanitario palestinese. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dal 7 ottobre 2023 più di 1.000 operatori sanitari sono stati uccisi e più di 600 sono stati detenuti dalle autorità israeliane, di cui circa 200 risultano ancora in custodia. PHRI denuncia che i medici detenuti sono stati privati di cure mediche e alimentazione adeguate e sottoposti ad abusi fisici.

 

Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno inoltre richiamato l’attenzione sul caso del dottor Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan, arrestato nel 2024. Amnesty International ne chiede il rilascio immediato e incondizionato.

Il caso di Hussam Abu Safiya

Tra i medici palestinesi detenuti c’è il dottor Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord della Striscia di Gaza. PHRI riferisce che Abu Safiya è detenuto insieme ad almeno altri 13 medici palestinesi di Gaza, senza accuse formali e senza processo.

 

Il caso del direttore dell’ospedale Kamal Adwan è stato richiamato nell’appello di MEDU e da organizzazioni internazionali per i diritti umani. Amnesty International ne ha chiesto il rilascio immediato e incondizionato.

 

Il 5 luglio 2026 PHRI aveva espresso grave e immediata preoccupazione per la sicurezza e la vita di Abu Safiya, riportando le informazioni raccolte dal suo avvocato durante una visita del 2 luglio. L’8 luglio 2026 PHRI ha quindi denunciato un pericolo imminente per la vita del medico, riferendo di un grave deterioramento delle sue condizioni.

La richiesta alle istituzioni italiane

Con l’adesione all’appello, la Comunità Papa Giovanni XXIII si unisce alla richiesta rivolta alle istituzioni italiane di adoperarsi, facendo tutto ciò che è in loro potere, affinché i medici, il personale sanitario e tutte le persone palestinesi detenute arbitrariamente vengano scarcerate.

 

In attesa della liberazione, viene chiesto che siano garantite adeguate assistenza legale e assistenza sanitaria alle persone detenute.

 

L’appello “Curare non è un crimine” si rivolge alla comunità medica e sanitaria italiana e chiede una presa di posizione pubblica a sostegno della liberazione dei 14 medici palestinesi al centro del ricorso davanti alla Corte Suprema israeliana e di tutti gli operatori sanitari palestinesi di Gaza detenuti illegalmente o arbitrariamente.

 

«Questi medici, finché restano in carcere, non possono esercitare la loro missione, la loro vocazione: curare le persone, di cui a Gaza c’è un bisogno immenso. Per questo ci uniamo a chi chiede la loro liberazione», ribadisce Matteo Fadda.

 

La Comunità Papa Giovanni XXIII, attraverso il proprio gruppo di professionisti sanitari, aderisce così alla richiesta di tutela del personale medico palestinese e di liberazione dei professionisti detenuti.

 

Per firmare concretamente l’appello:

Petizione su Change.org: https://c.org/S5LYmGPD2K

Pagina di MEDU con i link ufficiali all’appello: https://mediciperidirittiumani.org/curare-non-e-un-crimine-firma-lappello-su-change-org