A Iringa, in Tanzania, la Comunità Papa Giovanni XXIII riunisce dall’11 al 15 ottobre una settantina di persone provenienti da sette Paesi africani per il “Summit Africa”, cinque giorni di confronto sulla situazione attuale e sulle nuove sfide che la vocazione nata dal carisma di don Oreste Benzi è chiamata ad affrontare nel continente.
L’appuntamento arriva in un passaggio significativo per la presenza della Comunità in Africa. Nel 2025 è stato celebrato il 40° anniversario dell’apertura della prima presenza missionaria in Zambia, tappa che segna l’inizio di un cammino lungo quattro decenni e oggi radicato in diversi Paesi. La presenza di Apg23 si è infatti consolidata in Zambia, Tanzania, Kenya, Burundi e Camerun, mentre negli ultimi anni sono stati avviati i primi passi anche in Nigeria e Togo.
La storia africana della Comunità mostra racconta la diffusione di un carisma. L’associazione, nata in Italia alla fine degli anni Sessanta, si è poi diffusa in una trentina di Paesi del mondo grazie ai missionari; oggi, però, le attività e i progetti all’estero sono portati avanti soprattutto da persone del posto che hanno incontrato la Comunità e hanno scelto di farne parte come membri. In Africa questo dato è particolarmente evidente: su 66 persone appartenenti alla Comunità, solo 6 sono italiane.
A livello organizzativo interno, il continente è articolato in due zone. La prima è la zona East Africa, che comprende Tanzania, Kenya, Burundi e Camerun; la seconda è la zona Zambia-Togo, che riunisce i membri dei due Paesi che danno il nome alla zona. Alla zona East Africa appartengono 47 persone, di cui 40 membri effettivi e 7 in verifica vocazionale. La zona Zambia-Togo conta invece 17 persone, con 6 in verifica vocazionale. In Nigeria ci sono altre 2 persone, entrambe in verifica, legate però a una zona italiana, la Veneto Ovest.
Il Summit di Iringa non è una novità: sarà la quarta volta che i membri della Comunità in Africa si ritrovano insieme. L’ultimo incontro risale al 2018, perché la pandemia ha interrotto la cadenza triennale dei raduni africani. Ora il desiderio di riprendere questo cammino comune è forte, anche per il lungo lavoro quotidiano che si svolge in contesti molto diversi tra loro e in una pluralità di lingue: nei sette Paesi coinvolti si parlano infatti inglese, francese, swahili, kirundi e italiano.
Le delegazioni raggiungeranno la Tanzania passando da Dar es Salaam, con treno, autobus o aereo per chi arriva dall’Italia. Da lì proseguiranno verso Iringa, sede del Summit, con un viaggio di circa 500 chilometri che attraversa anche il Mikumi National Park e richiede dalle otto alle dieci ore. Domenica 11, nel pomeriggio, l’apertura dei lavori sarà segnata da una Messa; lunedì 12 arriverà dall’Italia Matteo Fadda, responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Per Pierpaolo Flesia, uno degli organizzatori del Summit, il senso dell’incontro è ampio: «L’obiettivo del Summit – spiega Pierpaolo, che segue l’aspetto vocazionale dei membri in Togo – è molteplice: conoscersi e approfondire il cammino delle zone africane, vedere quali sfide interpellano la nostra vocazione nel continente africano; cos’ha da dire l’Africa alla Comunità intera e viceversa».
Anche Stefano Maradini, missionario in Zambia dal ’97, mette al centro il valore del confronto e dell’unità: «L’idea del Summit è nata per dare la possibilità alle zone in Africa di confrontarsi e cercare risposte alle sfide attuali. Ci si incontra per riuscire a camminare uniti, per portare lo stesso messaggio, evitando di andare ognuno per la sua strada. Questo incontro è importante per dare sempre più voce all’internazionalità e uscire dal proprio piccolo contesto: è fondamentale allargare lo sguardo. Siamo unici eppure distinti, ma anche collegati: ogni zona è unica e distinta dalle altre, ma allo stesso tempo c’è un collegamento tra noi, che è la nostra vocazione».
Il summit si colloca dentro una presenza che vuole restare vicina a chi soffre. Nei Paesi africani in cui è attiva, la Comunità condivide la vita con le persone più emarginate dalla società e da questa presenza sono nati nel tempo interventi e progetti che hanno cambiato la vita di migliaia di persone. Nel 2025 i progetti di Apg23 hanno raggiunto 9.523 beneficiari in Burundi, Camerun, Kenya, Tanzania, Togo e Zambia.
La presenza
Gli interventi variano a seconda dei contesti e riguardano accoglienza, sostegno alimentare, assistenza sanitaria, istruzione, tutela dei diritti, disabilità e inserimento lavorativo. In Zambia le attività sono rivolte a minori, persone con disabilità, famiglie vulnerabili e persone escluse dai percorsi educativi e lavorativi; nello stesso anno sono state raggiunte 5.819 persone in difficoltà.
In Kenya il lavoro si concentra soprattutto sull’accoglienza di minori e giovani in condizioni di marginalità, sul sostegno alla frequenza scolastica e sulla formazione professionale. Nell’area del lago Turkana, segnata da siccità e insicurezza alimentare, gli interventi includono anche la realizzazione di pozzi e il supporto alle scuole e alle famiglie. Nel 2025 le persone raggiunte sono state 1.130.
In Tanzania i progetti puntano su assistenza sanitaria, istruzione, sostegno alimentare, disabilità, tutela dei diritti e opportunità di inserimento lavorativo, con l’obiettivo di rispondere ai bisogni immediati e, insieme, alle condizioni che impediscono l’autonomia delle persone. Le persone raggiunte nel 2025 sono state 1.008. In Togo il sostegno si esprime soprattutto attraverso attività di aiuto alimentare e assistenza sanitaria, con 803 persone aiutate nel 2025.
In Camerun l’attenzione è rivolta in particolare ai carcerati, che vivono in condizioni definite molto dure; gli interventi hanno raggiunto 463 persone e comprendono accoglienza, istruzione, assistenza sanitaria, sostegno alimentare, tutela dei diritti e inserimento lavorativo. In Burundi, infine, le attività sono rivolte alle persone e alle famiglie in condizioni di vulnerabilità, con particolare attenzione all’alimentazione, alla salute e alla protezione dei diritti: nel 2025 i beneficiari sono stati 300.
