La nostra Comunità ha ricevuto il Premio SIMI Solidarietà, conferito dalla Società Italiana di Medicina Interna. La consegna è avvenuta sabato 3 ottobre a Rimini, durante il 127° Congresso Nazionale della SIMI, che ha riunito dal 2 al 4 ottobre oltre duemila medici internisti.
Il riconoscimento è stato deciso dal Consiglio Direttivo Nazionale della SIMI, la più antica società scientifica medica italiana, fondata nel 1887, per “l’impegno costante della Comunità nel rispondere ai bisogni dei più fragili, offrendo risposte concrete a situazioni di emarginazione”.
Nel corso dello stesso Congresso, la SIMI ha conferito il SIMI International Award a Richard Horton, direttore di The Lancet, una delle più autorevoli riviste scientifiche internazionali. Horton ha portato una riflessione sul ruolo della scienza e della medicina in una fase di profonde trasformazioni, parlando di una scienza come ricerca aperta, libera da pregiudizi e capace di mettere continuamente in discussione le proprie convinzioni. Un riconoscimento condiviso nella stessa occasione con un’autorevole voce della comunità scientifica mondiale.
A ritirare il premio e a prendere la parola a nome della Comunità è stata la dr.ssa Maria Mercedes Rossi, detta Mara, medico infettivologo e laica consacrata, che per vent’anni ha prestato servizio missionario in Zambia, di fronte all’epidemia di HIV/AIDS, e che adesso rappresenta la Comunità presso il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra.
Nel suo intervento ha espresso gratitudine anche a nome del Responsabile generale Matteo Fadda, spiegando perché il riconoscimento di una società scientifica ha per la Comunità un valore particolare.
«Ricevere un riconoscimento da un’istituzione scientifica e accademica di così alto profilo come la Società Italiana di Medicina Interna – ha detto Mara Rossi – non rappresenta per noi soltanto un motivo di onore, ma costituisce un segnale culturale e professionale di straordinaria rilevanza».
Mara Rossi ha quindi richiamato le nuove patologie sociali, dalla solitudine cronica all’emarginazione strutturale, dalle barriere burocratiche e culturali all’uso tossico delle piattaforme digitali.
«Quando una persona vive nell’abbandono, la sua risposta biologica allo stress e alle patologie peggiora drasticamente. La solidarietà, in questo senso, non è un sentimento vago o un’opzione morale facoltativa, ma un vero e proprio determinante di salute.»
Ha poi richiamato l’intuizione di don Oreste Benzi che nel 1968 ha dato vita alla Comunità: rimuovere le cause dell’emarginazione attraverso la condivisione diretta di vita con gli ultimi, a partire dalle case famiglia. In oltre cinquant’anni di storia sono nate molte altre risposte: le comunità terapeutiche, l’accoglienza dei senza fissa dimora, delle vittime di tratta e dei migranti, le Comunità educanti con i carcerati e la presenza in oltre quaranta Paesi del mondo. Sul versante sanitario Mara Rossi ha citato il Progetto Rainbow per i bambini colpiti dall’HIV/AIDS in Africa e il poliambulatorio La Filigrana, nato nel 2013 nel territorio riminese, dove i professionisti donano il proprio tempo e ciascuno contribuisce secondo le proprie possibilità.
Al mondo medico ha indicato tre direttrici di lavoro comune: l’umanizzazione delle cure, la continuità assistenziale tra ospedale e territorio per i pazienti fragili e senza dimora, e la ricerca applicata ai contesti di marginalità.
«Desidero dedicare questo premio – ha concluso Mara Rossi – a tutte le mamme, i papà, i volontari e gli operatori della Comunità Papa Giovanni XXIII che ogni giorno aprono le porte delle proprie case agli ultimi, facendosi carico di ferite fisiche e spirituali spesso invisibili. Un pensiero speciale va a Don Oreste Benzi, che ci ha insegnato a guardare il mondo con gli occhi dei poveri e a credere che un mondo diverso sia non solo necessario, ma possibile».