Haiti, scuole nel mirino delle gang

News pubblicata il: 14/09/2026

A Port-au-Prince la paura non ha orario. Entra nelle case, segue le persone per strada, arriva nei luoghi dove le famiglie pensano di trovare rifugio. «Mercoledì mattina due studentesse sono state rapite dalle gang che controllano diversi quartieri. Proprio ora che stanno riaprendo le scuole, la cosa più difficile è pensare che le ragazze non sono al sicuro. In ogni momento c’è il timore che i nostri volontari, i bambini e i ragazzi che vanno per le attività pomeridiane al Foyer Papa Nou siano presi dalle gang». È questa la fotografia che descrive al telefono con voce accorata Maddalena Boschetti, missionaria che vive ad Haiti dal 2002 e porta avanti il progetto della Comunità Papa Giovanni XXIII, il centro per minori “Foyer Papa Nou” Casa Padre Nostro), grazie alla presenza costante di due giovani collaboratori haitiani, David e Wilkens, a Croix-de-Bouquet.

I dati più recenti delle Nazioni Unite raccontano un’emergenza che continua ad aggravarsi. Tra aprile e giugno 2026 sono state 1.408 le persone uccise e 656 quelle ferite. E sono state circa 1,5 milioni le persone sfollate, costrette a lasciare le proprie case per non essere derubate e picchiate e per salvare i propri figli dall’arruolamento nelle gang che spadroneggiano. Questi gruppi criminali armati organizzati, coinvolti in rapimenti, estorsioni, traffico di armi, controllo delle strade e violenze sessuali, in parte unite nella coalizione Viv Ansanm, hanno aumentato il loro potere dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel 2021, nel vuoto politico e istituzionale, alimentato da povertà, corruzione, traffico di armi e debolezza delle forze di sicurezza. Il loro controllo è particolarmente forte nella capitale Port-au-Prince, dove le stime arrivano a circa il 70% dell’area metropolitana ma di recente si è esteso verso Artibonite, Centre e altre zone rurali. A pagare il prezzo più alto sono anche le donne e le bambine. Sono ormai costrette ad imparare troppo presto a riconoscere il rumore degli spari, ad evitare determinate strade, a non uscire da sole, ad aver paura di andare a scuola o temere per la vita dei propri compagni e gli insegnanti. Gli accampamenti improvvisati dove trovano rifugio migliaia di sfollati spesso non hanno illuminazione, privacy e servizi essenziali sufficienti e questo aumenta il rischio di violenza di genere. Secondo il recente rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA), il rischio di subire violenza sessuale in alcuni territori è dietro l’angolo. Inoltre le vittime restano senza cure mediche, soprattutto nelle prime 72 ore dopo una violenza, nelle zone controllate dalle gang. Sono storie drammatiche che spesso non arrivano sulle prime pagine dei giornali. Ma continuano ogni giorno.

Anche le chiese non sono sicure

Ma le violenze non si fermano qui. A fine agosto, le gang hanno colpito Kenscoff, un comune che sorge sulle alture che dominano Port-au-Prince, nel sud-est. Almeno 47 persone sono state uccise e più di 50 sono state rapite. Alcuni abitanti avevano cercato rifugio all’interno di una chiesa: anche lì sono stati raggiunti dagli uomini armati. Un luogo di preghiera è diventato teatro di morte. Una trentina le persone giustiziate senza pietà. «Quello che è successo a Kenscoff non è un episodio isolato. Viviamo in un paese in guerra! Come arriveremo in dicembre alle elezioni presidenziali?», ci confida Maddalena, dal 2016 presidente di Aksyon Gasmy, associazione impegnata coi bimbi disabili e le loro famiglie anche nell’estremo nord-ovest di Haiti.

I rimpatri forzati dagli USA: persone in catene

Dentro questa crisi c”è anche un’altra emergenza che rischia di restare nel dimenticatoio: si tratta degli haitiani rimpatriati dagli Stati Uniti dove continua ad essere diffusa una immagine fuorviante di un Paese ormai sicuro dove poter rientrare senza rischi. Maddalena Boschetti racconta scene terrificanti: «persone incatenate che scendono dagli aerei come fossero criminali. Sono mascherati perché cercano di non farsi riconoscere. Sono persone che hanno paura di essere derubate o aggredite». Alcuni temono che i gruppi armati possano considerarli potenziali affiliati, soprattutto quando alle spalle ci sono precedenti penali. Altri rischiano di essere riconosciute come persone che hanno fatto fortuna negli Stati Uniti e quindi come possibili bersagli. Per ognuno di loro, in questo momento tornare a casa non significa trovare protezione. Significa tornare dentro l’inferno.