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COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
09/10/2018
Un Ministero della Pace in ogni Stato
«Come on, let's make peace». How many times have we said or heard this phrase? "Making peace" is a simple expression that explains that peace is first and foremost a concrete action that changes the world. Even Pope Francis reminds us often, inviting us to ask "the wisdom to make peace in the small things of every day, but pointing to the horizon of all humanity" (homily to S. Marta 08/09/16). This is why we must educate ourselves to this "making" and create the conditions for "making peace" at local and international level. With this in mind, the Geneva office of the APG23 in recent years has always sought to promote peace and the human right to peace within the United Nations, strongly supporting the adoption in 2016 of the Declaration on human rights "of every individual to enjoy peace" (A / RES / 71/189). We also did it at the last Human Rights Council in Geneva, organizing a round table on the occasion of the International Day of Peace (September 21), launching the proposal to create a Ministry of Peace in every State of the world .   Starting from the prophetic thought of Don Oreste Benzi according to which: "for centuries men have organized the war, while today has come the time to organize peace " and from the reflections born within the Italian campaign for the Ministry of Peace, we proposed to all states the creation of a Ministry of Peace - a control room for actions at national and international level that promote and defend peace as well as respect for all human rights. Those who can not enjoy human rights and fundamental freedoms do not live in peace. The multitudes of men and women, families and single children who migrate from poor countries and in war to rich and peaceful countries are a constant demonstration of this. This is why it is important today more than ever that peace becomes a reality for all. The dream can become reality, as Giovanni Paolo Ramonda told us that, opening the meeting, he told how in Italy, in the 80s, conscientious objection to military service was also a dream that, thanks to many young people who believed in it to the end, it became a reality. And how it is time to change course, to make a U-turn by introducing policies of disarmament and peace that first of all help us to disarm ourselves against the other, to arrive at a "politics to the service of peace". The topic of conscientious objection was then taken up by Michael Wiener of the Office of the High Commissioner for Human Rights. Also Giulia Zurlini Panza (researcher and volunteer of Operation Colomba) during the meeting, reminded us that: "if the victims choose the path of hatred and revenge, they adopt a destructive approach to conflict management and end up transforming themselves into executioners. If, on the other hand, they have the possibility to choose non-violent modality, the victims adopt the constructive approach of conflict management leaving their position of oppression". David Fernandez Pujana - ambassador of the University of Peace of Costa Rica - and prof. Carmen Parra of the University Abat Oliba (Spain) UNESCO Chair, then recalled the importance of peace education because, as Gandhi said: "There is no road that leads to peace; peace is the way ". At the event, we of the APG23 office in Geneva, we presented the publication Calling for Ministries of Peace, written thanks to the precious work of two girls (Serena Viscardi and Manuela Sportelli) in international civil service, illustrating reasons for creating many Ministries of Peace in the world, one in every nation. The Ministry of Peace is an innovative response to the need for safety and well-being of our societies. It will build non-violent alternatives to armed defense, promote new forms of security and coexistence, preventing wars and conflicts through the realization of a positive and sustainable peace creating both the way to a better world where human rights are protected and guaranteed for all. The Ministry of Peace already exists: here's where Some countries have already established the Ministry of Peace: in addition to Costa Rica, which has long chosen to convert military spending to education, health and development by creating the ministry of "justice and peace", including the Solomon Islands, the South-Sudan and Nepal have created their own Ministry of Peace. Recently the Republic of San Marino has also chosen this route. The Ministry would make peace a reality for all, nationally and internationally. Applying the principles of adaptability, subsidiarity, inclusive participation, transparency and transversality, the Ministry of Peace would promote respect for all human rights, the culture of peace and the promotion of peace policies, the prevention of conflicts and violence and mechanisms of reconciliation and peaceful resolution.
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
03/10/2018
Il Presidente Mattarella a Rimini per il 50° della Comunità  Papa Giovanni XXIII
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sarà alle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario dell'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, che si terranno il 7 Dicembre 2018 presso il Palacongressi di Rimini. L'arrivo del Presidente è previsto per il mattino. Si recherà dapprima in visita presso una delle case-famiglia dell'Associazione. A seguire, sarà ospite alla convention della Comunità. «Accogliere il Capo dello Stato sarà motivo di grande gioia e onore e lo ringraziamo per aver risposto all’invito — ha dichiarato Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità — È un riconoscimento all'infinita opera di Don Benzi, salito al cielo nel 2007, ed al lavoro proseguito in questi anni dai membri dell’associazione donati completamente a condividere la vita con i più deboli e gli emarginati, con case famiglia e comunità di accoglienza in 42 Paesi del mondo».  
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
03/10/2018
Poveri in festa: da tutto il Veneto per l’anniversario della Comunità  Papa Giovanni XXIII
Persone migranti, disabili, senza fissa dimora, insieme a donne vittime di tratta ai fini della prostituzione ed adolescenti accolti nelle case famiglia. Con loro i fratelli, naturali o acquisiti, i volontari, e poi una mamma ed un papà: in 500 accorreranno da tutto il Veneto alla Festa della Condivisione della Comunità Papa Giovanni XXIII. L'appuntamento è per sabato 6 ottobre a Vicenza, nell'Istituto San Gaetano di via Mora 12. L’evento celebra i 40 anni dalla fondazione della prima casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII in Veneto ed i 50 anni dalla nascita dell'associazione. Saranno presenti i rappresentanti degli enti locali (sindaci, assessori, ma anche assistenti sociali); con loro l’Associazione fondata da Don Oreste Benzi a Rimini nel ’68 ha costruito la propria storia in Regione. Si alterneranno mostre fotografiche e testimonianze; momenti di intrattenimento per i bambini, musica, spettacoli teatrali, concerti e tanto altro, fino alla mezzanotte. Alle 17 la celebrazione dell'Eucarestia sarà presieduta dal vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol. Spiega Ugo Ceron, Responsabile della zona Veneto Ovest della Comunità Papa Giovanni XXIII: «In un momento storico in cui eÌ€ sempre piuÌ€ difficile parlare di accoglienza, di aiuto a chi eÌ€ in difficoltaÌ€, di sostenibilitaÌ€ dell’azione sociale, ci saranno moltissimi spunti per la riflessione ed il confronto. Le testimonianze di mamme e papà delle case-famiglia complementari e multiutenza saranno occasione per sollecitare le istituzioni ad un pieno riconoscimento della loro metodologia educativa ». Il tema verrà approfondito il 9 novembre a Padova con il convegno Oltre la gabbia del disagio. Come la casa famiglia multiutenza è una risposta integrata al bisogno di cura e relazione. I NUMERI Sono 43 le case-famiglia o di accoglienza della Comunità in Veneto (29 le case-famiglia) e 1 comunità per vittime delle dipendenze: nel 2017 hanno accolto 231 persone fra cui 87 minori. 81 famiglie affidatarie costituite attorno alle realtà della Comunità Papa Giovanni XXIII hanno ospitato altri 83 minori, allontanati da sistuazioni di degrado e violenza; 92 persone con disabilità sono state inserite nelle 4 cooperative sociali, che contano altri 90 persone fra soci e dipendenti. Circa 200 persone disabili partecipano con 200 volontari ai campi di condivisione estivi. Con 5 unità di strada circa 40 volontari incontrano con continuità homeless e donne costrette alla prostituzione. Scarica la cartella stampa ed il volantino
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
03/10/2018
Poveri in festa: da tutto il Veneto per l’anniversario della Comunità  Papa Giovanni XXIII
Persone migranti, disabili, senza fissa dimora, insieme a donne vittime di tratta ai fini della prostituzione ed adolescenti accolti nelle case famiglia. Con loro i fratelli, naturali o acquisiti, i volontari, e poi una mamma ed un papà: in 500 accorreranno da tutto il Veneto alla Festa della Condivisione della Comunità Papa Giovanni XXIII. L'appuntamento è per sabato 6 ottobre a Vicenza, nell'Istituto San Gaetano di via Mora 12. L’evento celebra i 40 anni dalla fondazione della prima casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII in Veneto ed i 50 anni dalla nascita dell'associazione. Saranno presenti i rappresentanti degli enti locali (sindaci, assessori, ma anche assistenti sociali); con loro l’Associazione fondata da Don Oreste Benzi a Rimini nel ’68 ha costruito la propria storia in Regione. Si alterneranno mostre fotografiche e testimonianze; momenti di intrattenimento per i bambini, musica, spettacoli teatrali, concerti e tanto altro, fino alla mezzanotte. Alle 17 la celebrazione dell'Eucarestia sarà presieduta dal vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol. Spiega Ugo Ceron, Responsabile della zona Veneto Ovest della Comunità Papa Giovanni XXIII: «In un momento storico in cui eÌ€ sempre piuÌ€ difficile parlare di accoglienza, di aiuto a chi eÌ€ in difficoltaÌ€, di sostenibilitaÌ€ dell’azione sociale, ci saranno moltissimi spunti per la riflessione ed il confronto. Le testimonianze di mamme e papà delle case-famiglia complementari e multiutenza saranno occasione per sollecitare le istituzioni ad un pieno riconoscimento della loro metodologia educativa ». Il terma verrà approfondito il 9 novembre a Padova con il convegno Oltre la gabbia del disagio. Come la casa famiglia multiutenza è una risposta integrata al bisogno di cura e relazione.   I NUMERI Sono 43 le case-famiglia o di accoglienza della Comunità in Veneto e 1 comunità per vittime delle dipendenze: hanno accolto in un anno 87 minori e 144 adulti. 81 famiglie affidatarie costituite attorno alle realtà della Comunità Papa Giovanni XXIII hanno ospitato altri 83 minori, allontanati da sistuazioni di degrado e violenza; 140 persone con disabilità sono inserite nelle 3 cooperative sociali; circa 200 persone disabili partecipano con 200 volontari ai campi di condivisione estivi. Con 5 unità di strada circa 40 volontari incontrano con continuità homeless e prostitute. Scarica la cartella stampa ed il volantino 
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
01/10/2018
Giornata mondiale del sordo: «Insieme per andare controcorrente»
In occasione del 60° Anniversario della Giornata mondiale delle persone sorde, Papa Francesco ha detto in un suo messaggio: «Siamo chiamati insieme ad andare contro corrente, lottando anzitutto perché sia sempre tutelato il diritto di ogni uomo e ogni donna a una vita dignitosa». Anche in questo caso, le famiglie sono protagoniste del rinnovamento della mentalità e dello stile di vita (Gabriella Ceraso – Citta del Vaticano - Vatican News) Ogni anno l’ultima settimana del mese di settembre  si celebra la Giornata Mondiale delle persone sorde, in occasione della quale si cerca di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, i politici, le autorità per le politiche per migliorare la qualità di vita e per una migliore inclusione della comunità sorda nel mondo, attraverso eventi e festeggiati organizzati da piccole associazioni, dai famigliari e persino dalla WFD (World Federation of Deaf), responsabile di portare avanti il lavoro a livello politico nelle alte sfere. Il lavoro di tutti cerca di rispondere alle domande delle persone sorde ed incrementare la realizzazione e l'applicazione dei loro diritti ovunque nel mondo. La Comunità Papa Giovanni XXIII presente in diversi Paesi nel mondo e si impegna attraverso diverse azioni, tra cui la collaborazione con Enti Ecclesiali, Pubblici, Cooperative di servizi, per un lavoro di sinergia allo scopo di superare l'emarginazione delle persone sorde. (Patricio Castillo, responsabile ambito pastorale sordi per la Comunità Papa Giovanni XXIII) Il Senato riconosce la Lingua Italiana dei Segni BREAKING NEWS 3 ottobre 2017. Oggi è una data storica per le persone sorde. Finalmente, dopo quasi 4 anni dall'avvio dell'iter legislativo, nella 888ª Seduta pubblica il Senato della Repubblica ha approvato il testo del Disegno di Legge sul riconoscimento della Lingua dei Segni Italiana. Dopo una intensa discussione nella quale hanno preso la parola diversi Senatori, l'Assemblea ha approvato, con un nuovo titolo, il DDL n. 302 sull'inclusione sociale delle persone sorde, il superamento delle barriere comunicative e il riconoscimento della Lingua dei segni Italiana. Il testo passa ora alla Camera dei deputati.    Ce l'abbiamo fatta! Dopo 20 anni di attesa Senato riconosce la lingua dei segni italiana! Ora a @Montecitorio. Piena inclusione con la #LIS! pic.twitter.com/CJp9l3XIev — Ente Nazionale Sordi (@EnsOnlus) October 3, 2017     La Giornata Mondiale dei Sordi (GMS) si festeggia ogni anno l'ultima settimana di settembre in tutto il mondo.  In diversi Paesi vengono organizzati alcuni eventi per sensibilizzare e promuovere i diritti delle persone sorde. La Comunità Papa Giovanni XXIII ha aderito al corteo che si è svolto a Padova il 30 settembre 2017. Per il prossimo apputamento si parla nel 2018 di una marcia a Miano o in Sicilia.    A Padova la Giornata Mondiale delle persone sorde 2017 Per un giorno siamo uguali a voi. Il cuore di 6000 persone ribolle d'azzurro lungo le strade della città di Padova, proprio qui dove è nato l'Ente nazionale dei Sordi. Il lungo corteo per la Giornata Mondiale delle persone Sorde 2017 è ricco di canti silenziosi, di parole urlate di nascosto, di segni movimenti e balli che coinvolgono donne uomini e soprattutto tanti bimbi; adolescenti per un attimo si guardano e si scoprono uguali, risate e foto di gruppo si rincorrono in quella che è una bellissima giornata di sole. Si, perché è soprattutto l'emarginazione quella che temono le persone sorde. Il linguaggio, la parola, diventa un limite alle relazioni umane, che senza un gesto d'attenzione da parte di tutti, può sembrare impossibile da superare. In piazza incontriamo Barbara, oltre che sorda ipovedente. Lei ci racconta l'imporanza di sostenere, tutti insieme, la LIS, la Lingua delle persone sorde.      È proprio il tema della piena inclusione, attraverso la lingua dei segni, al centro della Giornata mondiale del sordo 2017. Palloncini colorati e slogan chiedono pari opportunità di lavoro, educazione bilingue per i bimbi sordi, piena partecipazione alla vita sociale e politica del paese.  E noi con loro.  #FOTOGALLERY:GMS2017# La testimonianza dalla GMS2017 Il lungo corteo per la Giornata Mondiale dei sordi 2017 si è snodato da Piazza Eremitani a Padova e attraversando le vie del centro storico è arrivato nella Piazza del Duomo dove si sono susseguite performance di artisti sordi e testimonianze. Mi sono alzata alla 4 e 45 del mattino per partecipare  alla manifestazione che si teneva a Padova:  “La giornata Mondiale dei sordi” .  Sono  partita in pulmino da Rimini, eravamo in 8, quattro udenti e quattro sordi, per me era la prima esperienza di questo genere, dopo che ,l’anno scorso,  avevo partecipato a qualche incontro di sensibilizzazione  tenuto dall’amico Patricio , interprete LIS e  da Michele, amico sordo.  Al corso ho imparato qualcosa della loro meravigliosa  lingua dei segni e qualcosa sulle difficoltà che deve affrontare un sordo nella vita di tutti i giorni. Io suono le percussioni e allora, naturalmente , ho portato con me un paio di tamburi:  di una marcia, di una manifestazione si trattava e io a manifestare ci vado con i tamburi.  All’arrivo a Padova sono rimasta colpita dalle migliaia di mani che “parlavano” , dalle migliaia di gesti e di sguardi, perché guardare è fondamentale per capire e dal grande desiderio di comunicare.  Ho preso il mio tamburo e ho cominciato a marciare,  suonando con gli amici che mi accompagnavano.  Il tamburo serviva ad attirare l’attenzione degli udenti , pensavo, ed invece è stata la grande attenzione dei sordi quella che ho avuto.  Mi fermavano per chiedermi:  “Sei sorda?”, “Sei udente?” e ancora, increduli, per dirmi che avevano sentito lo strumento  e indicavano il petto, la pancia, perché lì sentivano le vibrazioni.  Avevamo tutti un bel palloncino azzurro che è diventato lo strumento  per “sentire”, ci poggiavano sopra le mani  e allora i colpi sul tamburo diventavano chiaramente percepibili. E’ stato bellissimo e toccante vedere i loro visi increduli e divertiti.: qualcuno ha anche ballato! Qualcuno invece , con lo sguardo un po’ severo mi ha chiesto cosa ci facessi lì con un tamburo, tanto non lo avrebbero potuto sentire ed io con i pochi gesti limitati che conosco e con l’aiuto degli amici , a spiegare che serviva  per attirare l’attenzione degli udenti su questa marcia altrimenti silenziosa. Alcuni tra loro, con lo sguardo rassegnato,  mi hanno risposto: “Ma cosa vuoi che gli interessi, se ne fregano!” Porterò nel cuore questa  toccante esperienza che mi ha resa più attenta e consapevole  verso un mondo sconosciuto e a volte invisibile agli occhi di noi udenti.   Ieri eravamo SEIMILA alla marcia silenziosa per la Giornata Mondiale del #Sordo! Ecco cos'è successo alla #GMS2017 👉 https://t.co/5a9Y9AKbQ1 pic.twitter.com/b245YG4b4i — Ente Nazionale Sordi (@EnsOnlus) October 1, 2017   Giornata mondiale dei Sordi: un impegno politico La Comunità Papa Giovanni XXIII è impegnata a sostenere le persone sorde nei loro diritti e dignità. Per fare questo è intensa la collaborazione con l’Ente Nazionale Sordi (di cui quest’anno si celebrano gli 85 anni di attività) e con altre associazioni ed enti. L’obiettivo comune è di rimuovere le cause che creano l’emarginazione delle persone sorde, non solo in Italia, ma anche in Cile, Brasile, Bangladesh, Francia, Repubblica di San Marino. Ad esempio, in questo ultimo periodo, la Comunità Papa Giovanni XXIII è impegnata nell’elaborazione della nuova legge-quadro della Repubblica di S. Marino sulla disabilità, in particolare per il riconoscimento del LIS (lingua italiana dei segni). È anche attiva nel partecipare ad un tavolo di lavoro della Commissione ONU per la disabilità nella Repubblica di San Marino. Giornata Nazionale dei Sordi 2016 Nel 2016 la Comunità Papa Giovanni XXIII ha partecipato con una delegazione alla marcia nazionale svoltasi a Roma. «Sarà nostra cura continuare a promuovere i diritti culturali e linguistici delle persone appartenenti alla comunità sorda internazionale», scrive all'Ens Patricio Castillo, animatore per l'ambito persone sorde e loro famiglie della Comunità Papa Giovanni XXIII. La Comunità continua così il suo impegno, che dal 2003 la vede mobilitata al fianco delle persone sorde; dal 2015 in particolare è attiva per il riconoscimento della Lis, la Lingua italiana dei Segni. «La scarsa diffusione della lingua dei segni emargina ed esclude le persone sorde dall'accesso a qualsiasi tipo di informazione, e preclude loro la possibilità di una piena integrazione in società», spiega Patricio Castillo. #FOTOGALLERY:GMS2016# Proprio per sensibilizzare l'opinione pubblica su questo tema, la Comunità organizza periodicamente degli open-day dedicati proprio alla lingua dei segni.   Marco Tassinari, Chiara Bonetto
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
29/09/2018
Barbara missionaria a Gerusalemme
«Quando ho scelto l’appartenenza alla Comunità ho chiesto quale fosse il luogo in cui spendermi: è arrivata questa proposta, di aprire una casa-famiglia a Gerusalemme. Il mio si è stato immediato, quando ho sentito: “Gerusalemme”, mi si è aperto il cuore. Pensavo di non essere assolutamente degna della Città Santa. In 8 mesi dalla partenza il rapporto con il Signore sta crescendo tantissimo. Siamo alla frontiera: viviamo con i figli degli immigrati filippini.  La relazione con loro è è molto difficile; sono bambini feriti, che ti  respingono. Ma in casa stiamo ottendendo dei grandi risultati, e adesso ti lascio perchè stiamo andando tutti a fare da mangiare»!   Come in famiglia. Barbara Branchetti, forlivese di 39 anni, ha lavorato per 10 anni come infermiera in medicina d’urgenza. Adesso sta chiedendo il secondo anno di aspettativa.    «Da quando nel 2012 sono stata in Bangladesh ho sempre avuto una grande passione per la missione. Inizialmente avevo il sogno dell’Africa, eppure la Papa Giovanni ha scelto per me l’Asia».    «Nel mio primo viaggio, in Bangladesh, ho conosciuto una ragazza che abitava in un villaggio, gravemente malata. Quando l’ho incontrata non aveva nulla, viveva in una capanna sdraiata su uno stuoino. Aveva una grande gioa nel cuore, una luce pazzesca, un sorriso meraviglioso e io in lei ho visto qualcosa in più: ricordo bene che mentre tornavo a casa da quest’esperienza, ritornando al nostro villaggio, c’era fango a terra, pioveva. E io provavo una gioia immensa nel cuore, una gioia incredibile, indicibile, che non avevo mai trovato in tutta la mia vita. Io in quel momento ho capito che nella mia vita volevo sentirmi sempre così, che avrei dovuto fare qualcosa che mi avesse fatto rimanere sempre in quella gioia. Dopo due anni di apparente normalità in Italia, nel 2014 sono ritornata in Bangladesh. E da quel giorno ho iniziato a conoscere diverse persone, che mi hanno fatto scoprire la bellezza della mia nuova vocazione. Mi sono innamorata sempre di più dell’emarginazione. Oggi ne sono più consapevole: sono sensibile e colpita dalle situazioni in cui ci sono persone che non vuole nessuno, che tutti scansano e che nessuno metterebbe mai in casa propria».   E così Barbara è stata mandata a Gerusalemme. A febbraio 2018 sono iniziati ad arrivare i primi bambini, prima in 3 solo di giorno. Nel tempo hanno iniziato a fermarsi anche di giorno, per disegnare o cucinare qualcosa con l’infermiera di Forlì. Hanno iniziato a fermarsi alla notte. Hanno iniziato ad avvicinarsi altri bambini, qualche giorno, qualche settimana, di giorno e poi alla sera; adesso sono in 5 in pianta stabile. Adesso la affianca Emanuele Ferraro, volontario che era di stanza a Chieti.   La casa non sorge in un luogo centrale della città, non è sotto ai riflettori dei media e non cerca le relazioni che contano.  Nel vicariato di San Giacomo abita la minoranza dei cattolici di lingua ebraica. Il vicariato è impegnato all’interno del Patriarcato Latino nella pastorale e nella cura dei migranti;   L'inaugurazione della casa famiglia a Gerusalemme   Antonio de Filippis è il responsabile del progetto: «Il vicariato di San Giacomo è nato da un gruppo di ebrei convertiti al cattolicesimo e si è poi arricchito con l’arrivo di molti migranti, che non parlano l’arabo: dunque siamo qui in Israele a fare Chiesa con la minoranza cattolica di lingua ebraica. Viviamo un’importante esperienza di identità israeliana, che ci aiuta come cattolici nel recupero delle interpretazioni ebraiche dell’antico testamento. Da qui possiamo gioire dell’incontro silenzioso fra due identità, una Chiesa discreta che su 4 parrocchie promuove l’incontro».   #FOTOGALLERY:CASAFAMIGLIA#   «Per noi è estremamente significativo aprirci all’accoglienza dei più poveri proprio nella terra di Gesù, che dei poveri è stato amico», ha spiegato in occasione dell’inaugurazione, il 28 settembre, Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità di Don Benzi.   Al taglio del nastro è stato presente anche Mons Pierbattista Pizzaballa, Amministratore Apostolico del Patriarcato Latino della Città Santa, che ha ringraziato tutti i presenti: «Grazie alla Comunità Papa Giovanni XXIII che ha creduto nel progetto di aprire una casa famiglia a Gerusalemme. Questi sono missionari un po' pazzerelli... Ho conosciuto il fondatore della Comunità, don Oreste Benzi che era ancora più pazzerello. Io sono francescano. Anche il nostro fondatore era pazzerello»…     Partire per la missione   Dal 26 ottobre in provincia di Ravenna la Comunità organizza una 3 giorni di spiritualità per chi è interessato a partire per la missione. Seguirà la pubblicazione delle date dei prossimi corsi missionari. Per informazioni: animazionemissionaria@apg23.org - 345-0905800 (Fabiola)   Puoi sostenere le missioni apg23 qui: Dona ora!  
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
28/09/2018
A Gerusalemme la nuova casa-famiglia per i figli dei migranti
Si inaugura oggi pomeriggio a Gerusalemme, nel Vicariato di San Giacomo dei cattolici di lingua ebraica in Israele, la prima casa-famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII in Terra Santa. «Per noi è estremamente significativo aprirci all’accoglienza dei più poveri proprio nella terra di Gesù, che dei poveri è stato amico», spiega Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità di Don Benzi. Sarà presente l’Amministratore apostolico del Patriarcato Latino della Città Santa, il francescano Pierbattista Pizzaballa, accompagnato dal Vicario Padre Rafic Nahra e dall’ex Vicario Padre David Neuhaus, che hanno fortemente voluto il progetto. Spiega Antonio de Filippis, responsabile del progetto per la Comunità Papa Giovanni XXIII: «Il vicariato di San Giacomo è nato da un gruppo di ebrei convertiti al cattolicesimo e si è poi arricchito con l’arrivo di molti migranti, che non parlano l’arabo: dunque siamo qui in Israele a fare Chiesa con la minoranza cattolica di lingua ebraica. È un’importante esperienza di identità israeliana, che ci aiuta come cattolici nel recupero delle interpretazioni ebraiche dell’antico testamento. Gioiamo dell’incontro silenzioso fra due identità, una Chiesa discreta che su 4 parrocchie promuove l’incontro». Il Vicariato di San Giacomo è impegnato all’interno del Patriarcato latino nella pastorale e nella cura dei migranti; all’interno di questo impegno si inserisce il varo della nuova casa-famiglia, il cui progetto è in sperimentazione ormai da febbraio. Dai 3 bambini filippini inseriti solo durante il giorno, figli di immigrati, si è arrivati all’accoglienza a tempo pieno di 5 minori. «La relazione con questi bambini è molto difficile, sono bambini feriti», spiega Barbara Branchetti, mamma della casa famiglia. Infermiera di 39 anni di Forlì, Barbara ha conosciuto la Comunità Papa Giovanni XXIII nel 2012 grazie ad un corso missionario: «Ho chiesto un altro anno di aspettativa all’Azienda Ospedaliera in cui lavoravo, nel reparto di medicina d’urgenza. Dopo due esperienze di missione ho accettato con entusiasmo la proposta di venire a Gerusalemme: porto ancora dentro di me una ragazza gravemente malata e poverissima conosciuta in Bangladesh: grazie a lei ho incontrato Gesù e ho capito che la mia vita sarebbe stata sempre accanto ai più poveri». Scarica le foto
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
26/09/2018
Distinzione tra “Comunità  Papa Giovanni XXIII” e “Centro Sociale Papa Giovanni XXIII”
Si precisa che il “Centro Sociale Papa Giovanni XXIII” fondato da don Ercole Artoni nel 1977 a Reggio Emilia non ha alcun rapporto giuridico, né attività comuni e condivise con l'associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII”, ente ecclesiastico civilmente riconosciuto, fondata a Rimini da don Oreste Benzi nel 1968 e attualmente guidata da Giovanni Paolo Ramonda. La presenta nota si rende necessaria a seguito della notizia apparsa su diverse fonti di stampa che riportano dell'arresto di don Ercole Artoni, sacerdote incardinato nella Diocesi di Reggio Emilia. Già in passato le due realtà sono state confuse nella comunicazione a causa della somiglianza del nome. Per informazioni: Sito web “Comunità Papa Giovanni XXIII” di don Oreste Benzi: www.apg23.org Sito web “Centro Sociale Papa Giovanni XXIII” di don Ercole Artoni: www.libera-mente.org
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
25/09/2018
Diritti umani: un nuovo alto commissario all’ONU
Il 39esimo Consiglio dei Diritti Umani, che si svolge dal 10 al 28 settembre 2018, ha segnato l’inizio del mandato nella nuova High Commissioner for human rights, Michelle Bachelet. Nata e cresciuta a Santiago del Cile, laureata in medicina, tra le varie cariche che ha ricoperto, spiccano quella di presidente del Cile - due volte, dal 2006 al 2010 e dal 2014 al 2018 - di Ministro della Sanità (2000-2002) e di Ministro della Difesa nazionale (2002-2004). All’interno delle Nazioni Unite era stata precedentemente Direttore esecutivo dell’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerement femminile (2010-2013). Nel suo discorso di presentazione al Consiglio, tenutosi lunedì 10 e martedì 11 settembre 2018 nella Room XX del Palais de Nations a Ginevra (testo integrale del discorso), la Bachelet ricorda prima di tutto che «i bisogni e i diritti delle vittime delle violazioni dei diritti umani dovrebbero essere sempre la principale priorità del nostro lavoro. I diritti umani esprimono lo scopo centrale delle Nazioni Unite: possiamo ottenere pace, sicurezza e sviluppo sostenibile per tutte le società solo promuovendo la dignità e l’uguaglianza di tutti gli esseri umani». Il nuovo Alto Commissario riconosce le sfide e il lungo lavoro che il Consiglio dovrà affrontare; nel chiedere aiuto e collaborazione a tutti gli Stati, assicurando che saranno sempre ascoltati e comprendendo i difficili equilibri e le diverse posizioni, non esita a sottolineare che le sue priorità saranno rivolte alla promozione dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali. Qualsiasi forma di violenza o discriminazione connessa a sesso, religione, lingua, etnia o disabilità deve essere combattuta dal Consiglio e da tutti i suoi partecipanti. Non dimentica di elencare le sfide e le ingiustizie presenti nel mondo, dalla critica situazione dei milioni di rifugiati e migranti, alla mortalità materna e infantile, alla povertà, il cambiamento climatico, la mancanza di risorse fondamentali. La Bachelet ricorda ai membri del Consiglio la sua piena disponibilità all’ascolto e alla collaborazione; a loro domanda di continuare a garantire i diritti umani per tutti, riprendendo situazioni difficili presenti in diversi Stati del mondo e chiedendo che vengano risolte tramite il lavoro continuo e il mutuo rispetto tra gli organi del Consiglio e dei Paesi partecipanti. Per concludere il suo discorso, la neo Alto Commissario lancia la sua sfida, di «assicurare che insieme possiamo accrescere diritti civili, politici, economici, sociali e culturali per tutti, accanto al diritto allo sviluppo, e perciò assicurare la pace e lo sviluppo sostenibile in tutto il mondo». Come APG23, insieme agli Stati e alle altre ONG che prendono parte al Consiglio, abbiamo avuto la possibilità di dialogare con lei e rispondere alle dichiarazioni della signora Bachelet (video del nostro intervento, a partire dal minuto 00:37:24). Nel nostro statement , le abbiamo ricordato che il 2018 segna il settantesimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani - un anno importante, nel quale poter affrontare nuove sfide e prendere nuove posizioni. Ci troviamo in un momento in cui «lo spazio per la società civile all’interno delle Nazioni Unite si sta restringendo; in cui i difensori dei diritti umani affrontano ostilità e repressioni dai governi di tutto il mondo a causa del loro impegno con i meccanismi dei diritti umani; in cui il populismo, il razzismo e la xenofobia stanno crescendo». Abbiamo invitato quindi l’Alto Commissario a denunciare la violazione di tutti i diritti ed a continuare a difendere chi non può farlo da solo, chi è debole ed emarginato. In particolare, auspicando un aperto dialogo e una reciproca collaborazione con la signora Bachelet e tutto il suo ufficio, continueremo a lavorare affinché vengano riconosciuti a tutti i diritti allo sviluppo e alla pace, promuovendo sempre la dignità di tutte le persone soprattutto quelle più deboli e marginalizzate.
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
24/09/2018
Grazie a tutti per Un Pasto al Giorno!
Un ringraziamento a tutti quelli che, ancora una volta, hanno reso possibile questo evento, da tutti e due i lati del tavolo: a chi, dietro, ha indossato la maglietta blu e ha speso tempo e parole, e a chi davanti al tavolo si è fermato per donare un pasto a chi non ha nemmeno da mangiare. “Finché gli ultimi non saranno i primi mi trovate qui”, c’è scritto sulle nostre magliette, ed è proprio così. Anche quest’anno ci siamo ritrovati nelle piazze di tutta Italia, fuori dalle chiese, davanti ai supermercati, per rinnovare il nostro impegno contro l’ingiustizia della fame. Un Pasto al Giorno vive tutto l’anno sulle tavole di 42 Paesi del mondo, nella straordinaria quotidianità di più di 500 realtà di accoglienza che cucinano per migliaia di persone. L’evento di piazza invece dura solo un fine settimana, ma è altrettanto straordinario: più di 3.000 volontari mettono il loro tempo a disposizione di questa iniziativa e incontrano migliaia di persone. Molti sono vecchi amici, moltissimi sconosciuti; alcuni si fermano ad ascoltare e poi decidono di lasciare la loro donazione, altri lo fanno d’impulso, spinti solo dal desiderio di fare la propria parte per cambiare le cose. A tutti loro, che hanno dato vita alla decima edizione dell’evento di Un Pasto al Giorno, da una parte o dall’altra del banchetto, va il nostro grazie. Sono stati come sempre due giorni intensi, ma il nostro impegno non si esaurisce qui: chiederemo ancora e ancora di sostenere questa iniziativa, a tutti, ogni giorno, perché ogni giorno dobbiamo mettere in tavola almeno un pasto per le persone che vivono con noi. Solo grazie all’aiuto di chi ci affida le proprie risorse noi possiamo continuare a stare accanto a chi soffre, finché gli ultimi non saranno i primi. Non sprecare l'occasione di aiutare: dona ora o apri una raccolta online per Un Pasto al Giorno
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
21/09/2018
La proposta del Ministero della Pace per tutto il mondo
21 Settembre – dalle 13.00 alle 14.30 - Palazzo delle Nazioni, Room XXV - Ginevra Durante la Trentanovesima Sessione del Consiglio dei Diritti Umani che si svolge dal 10 al 28 settembre 2018 ed in occasione della giornata internazionale ONU sulla Pace, questo venerdì 21 settembre 2018, APG23 assieme all’UN Università della Pace del Costa Rica, ha organizzato al Palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra un evento parallelo intitolato “Calling for Ministries of peace all around the world” All’evento, che si terrà in sala XXV dalle 13.00 alle 14.30, verrà presentato il lavoro di ricerca “Calling for Ministries of peace alla round the world”. Durante l’evento Giovanni Ramonda, Presidente di APG23, spiegherà l’intuizione di don Oreste e la necessità di una diplomazia dal basso che vuole trasformare la pace in realtà concreta; Fabio Agostoni, rappresentante dell’Ufficio APG23 all’ONU, introdurrà la struttura del documento e le aree tematiche in cui il ministero può operare: 1) rispetto dei diritti umani; 2) educazione alla pace e promozione di politiche di pace; 3) prevenzione dei conflitti e della violenza e riconciliazione o mediazione dei conflitti. Queste stesse aree tematiche verranno poi approfondite da tre esperti: Micheal Weiner – Human Rights Officier at OHCHR; Carmen Parra – Cattedra Unesco in Pace, Solidarietà e Dialogo interculturale all’Università di Abat Oliba (Spagna); Giulia Zurlini Panza – ricercatrice e volontaria di Operazione Colomba che per ogni area tematica approfondiranno i principi connessi e le azioni concrete che un ministero della pace potrebbe mettere in campo. In ultimo mr. David Fernandez Pujana – ambasciatore dell’Università della Pace ONU in Costa Rica – illustrerà l’esempio concreto del Ministero della Pace in Costa Rica e di come una infrastruttura per la pace possa lavorare concretamente per promuovere il diritto umano alla pace a livello nazionale ed internazionale. L’evento, che verrà moderato dalla dr.ssa Maria Mercedes Rossi – rappresentante principale dell’APG23 all’ONU – è stato co-sponsorizzato dallo Stato di San Marino, dall’Università degli studi di Padova – Centro Diritti Umani “Antonio Papisca”, dalla cattedra UNESCO Università Abat Oliva Ceu (Spagna) e dalla cattedra UNESCO Università di Bergamo (Italia) e dalle organizzazioni della società civile IADL (Interantional association of Democratic lawyers), Paz sin Fronteras, IFOR (international Fellowship of reconciliation) e Associazione Vittorio Chizzolini. Link alla pagina del Ministero della Pace Ebook “Calling for Ministries of peace alla round the world” Flayer dell'evento Video dell'evento su Facebook  
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
21/09/2018
Mamme con bambini in carcere: «A scuola di violenza»
Dopo la vicenda della mamma richiusa nel carcere di Rebibbia di Roma, che il 17 settembre ha ucciso la figlia neonata e il figlio di due anni lanciandoli per le scale, abbiamo intervistato Giuseppe Longo. È il  responsabile del progetto “Nessun bambino deve nascere e vivere in carcere” della Comunità Papa Giovanni XXIII.   Giuseppe, qual'è la situazione a Rebibbia? È una delle strutture meglio organizzate d’Italia, in cui anche il volontariato ha un ruolo da protagonista.  Conosco i vertici e devo dire che hanno avuto sempre una marcia in più, un’attenzione importante nei confronti dei bambini accolti dietro alle sbarre.  Durante le mie visite ho avuto una buonissima impressione.    Ma il problema in Italia è strutturale, come racconta ad esempio questo articolo di Avvenire: In Cella col biberon. A Rebibbia è evidente si sia trattato della situazione di una mamma esasperata, di cui nessuno si è accorto in tempo.   Qual’è la tua esperienza nelle carceri italiane? Ho lavorato molto a Rebibbia, dove c'è il più grande carcere femminile italiano, con il maggior numero di bambini; adesso fornisco supporto psicologico ai detenuti nel carcere di Vicenza e collaboro con gli istituti penitenziari di Venezia e di Verona.    Hai mai avuto la percezione di casi a rischio per le mamme o per i bambini? I detenuti che vengono a parlare con i volontari sono quelli che presentano una “domandina”, che va approvata dal direttore del carcere. Quindi di solito chi chiede aiuto è una persona che ha già un minimo di risorse proprie; i casi più problematici sono invece quelli di chi non chiede nulla, di si chiude in cella da solo fino alla disperazione. Questi detenuti entrano in contatto solo con gli agenti penitenziari, che non hanno compiti educativi o di prevenzione; noi non riusciamo mai ad incontrarli. C’è un ragazzo, maggiorenne, che ha già compiuto diversi tentativi di suicidio; lui non vuole avere colloqui con i volontari ma glieli hanno imposti; è un tentativo del tutto inutile, nonostante gli sforzi non riesco a fare nulla per aiutarlo.   Di che strumenti di prevenzione si dotano gli istituti penitenziari? Gli psicologi che lavorano nelle carceri sono quasi tutti assunti con contratti a termine, spesso part-time. Lavorano a rotazione. Il motivo è che la sanità penitenziaria è a carico di quella pubblica, ma non gode di nessuna attenzione. Se mia moglie non ha il pap-test in regola e non riesce ad avere un appuntamento prima di sei mesi, io da marito mi attivo per trovare una soluzione. Chi si preoccupa del pap-test delle detenute che sono in carcere? Nessuno.   Le mamme con bambini in cella godono di maggiori diritti, ma dal punto di vista della genitorialità non ricevono un sostegno adeguato.  Si trovano fianco a fianco mamme nigeriane, con mamme rom, con mamme  rumene o italiane o moldave: ognuna ha una modalità educativa diversa; ci vorrebbe un’equipe di psicologi per aiutarle a crescere come madri. Di psicoterapia non ho mai sentito parlare. Gli strumenti non sono adeguati, nessuno si preoccupa di cosa succede in cella dal punto di vista pedagogico per i bimbi.    Dietro alle sbarre una mamma è considerata brava quando dà molto da mangiare al bimbo, oppure se lo tiene molto abbracciato o se lo tiene a letto con sé. In queste condizioni è impossibile parlare di maternità responsabile, e di valutare le capacità genitoriali delle mamme. Una mamma che ho conosciuto dava alla bimba di 2 anni 4-5 uova a settimana, contro ad ogni indicazione dei pediatri; poi ci sono mamme che tengono il bambino con sé solo per avere le agevolazioni previste. Il carcere è piuttosto una scuola di sopravvivenza, di omertà, sia per mamme che bambini.   Per la prevenzione e la rieducazione sarebbero indispensabili i progetti esterni, ma hanno un costo enorme per le istituzioni: a Rebibbia ci sono dei progetti per far lavorare i detenuti nella cura dei parchi pubblici, ma questo richiede una presenza di forze dell’ordine non sostenibile economicamente. Un corso di pet-therapy che ho seguino negli ultimi anni, in cui si rieducavano le mamme attraverso la cura degli animali, è stato tagliato proprio per questo motivo.    Quali esperienze ci sono di mamme con bambino che scontano la pena fuori dal carcere? Noi abbiamo ad esempio in carico S., incinta con due bimbi di etnia rom, ospitata in una casa famiglia. Anche il papà è accolto da noi in una Cec, in alternativa al carcere. Negli ultimi anni come Comunità Papa Giovanni XXIII abbiamo accolto una decina di mamme, tutte quelle per cui ci è arrivata richiesta.  Non tutte possono accedere alle pene alternative: non in caso di pericolosità sociale o di rischi di fuga; alcune donne rifiutano poi queste possibilità per non essere trasferite e non rinunciare alle visite dei familiari. Da noi non abbiamo mai avuto tentativi di fuga, anche se in altri enti è capitato.   I bambini che arrivano in casa-famiglia rielaborano l'esperienza del carcere? In prigione nell’ora d’aria vedi questi bambini che camminano come zombi fra i corridoi; vedi mamme nigeriane che vietano ai loro bimbi di giocare con quelli italiani o con quelli rom, i figli delle detenute vanno ogni giorno a scuola di divisione e di violenza. Il bambino non ha gli strumenti per rielaborare il vissuto in carcere. Si domanderà per sempre: «Cosa ho fatto di male»?   Dietro alle sbarre subiscono continui lutti; ho visto bimbi strappati dalle braccia del papà o dalla nonna durante i colloqui perché era finito il tempo di visita, oppure piangere al termine di una telefonata con i fratelli troncata dalla voce metallica dell’inserviente. Il bimbo non può capire cosa succede, sono continui traumi, danni emotivi.   I bimbi in carcere assistono a liti fra donne, subiscono liti fra coetanei, vedono intervenire gli adulti in maniera violenta. Se un bimbo viene ricoverato in ospedale spesso la mamma non li può seguire, se la mamma va a processo il bimbo resta solo in carcere fra gli estranei.    Secondo alcune ricerche scientifiche i rumori secchi della battitura quotidiana delle sbarre provocano in loro danni celebrali irreparabili. Sono bimbi che non ti guardano negli occhi, bimbi che non vogliono salire sui nostri pulmini perché nel loro immaginario sono i mezzi dei cattivi che portano via le mamme.    In casa-famiglia un bimbo di 3 anni mi ha detto «O mi dai la mia caramella o chiamo l’avvocato», un altro che non riusciva ad aprire la porta del bagno ha cominciato a battere urlando: «Agente! Agente!», aspettando il poliziotto che arrivasse con le chiavi. Ma era in una casa normale.   Il carcere è rieducativo per queste mamme? Il carcere ferma una fase acuta, ma quando è prolungato diventa una fabbrica di violenza. Se non sei violento, non sopravvivi psicologicamente dietro alle sbarre, ecco perché le persone fragili possono cedere come è successo a Roma.    Quando le mamme arrivano da noi grazie alle pene alternative alla detenzione, noi ci troviamo con un distacco diffice da gestire: sono donne che vanno in astinenza dal figlio, che non hanno un equilibrio. Il carcere non è mai rieducativo. «Io sono entrato in galera povero Cristo e sono uscito gran delinquente», mi ha raccontato un detenuto. Il 70% di chi sconta la pena nelle carceri italiani ritorna in carcere; il 35% di questi ricade in errore per aver commesso reati imparati in carcere. Le celle sono scuole di malavita, in cui le persone si accordano sui crimini che commetteranno poi.     Dal punto di vista delle mamme, loro hanno un valore aggiunto rispetto agli altri rei: il loro bambino. Per loro diventa un principe, un gioiello che nessuno può toccare. Il bambino in carcere è tutta la loro vita, fanno a meno di mangiare per lasciare il cibo migliore al bimbo; eppure quando parli con gli ergastolani ti dicono: «Non lasciateli dentro, diventano come noi».     
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