La violenza contro le donne si manifesta in molteplici forme, non solo fisiche o psicologiche, ma anche economiche. Questa dimensione, spesso trascurata, svolge un ruolo cruciale nel mantenere le donne intrappolate in relazioni maltrattanti. La recente relazione della Commissione parlamentare sul femminicidio e sulla violenza di genere, approvata il 15 aprile 2026, delinea chiaramente l’urgenza di riconoscere e punire la violenza economica, incorporando specifici reati nel codice penale.
Nel documento, redatto dalle deputate Martina Semenzato e Cecilia D’Elia, insieme alla senatrice Elena Leonardi, emerge che la violenza economica è uno degli strumenti più potenti a disposizione di uomini maltrattanti. Tra le pratiche più frequenti ci sono il controllo delle spese, l’impossibilità per le donne di accedere a denaro e la creazione di una dipendenza economica totale dalle loro compagne.
La relazione approfondisce tre ambiti principali:
- Ambito domestico: dove la violenza economica si intreccia con forme più visibili di violenza psicologica e fisica.
- Mercato del lavoro: dove si evidenziano disuguaglianze salariali e l’accesso limitato all’indipendenza economica e all’imprenditorialità femminile.
- Ambito sociale: dove pesano stereotipi e discriminazioni culturali, unitamente a difficoltà nell’accesso a servizi.
La Commissione propone di rafforzare il riconoscimento giuridico della violenza economica, integrandola in articoli esistenti del codice penale, come l’articolo 572 riguardante i maltrattamenti in famiglia. In particolare, si vuole codificare il concetto di “violenza economica” e introdurre la figura autonoma del “controllo coercitivo”, ponendo l’accento sul monitoraggio delle spese familiari.
Nuove proposte comprendono anche la formazione per il personale bancario, così come l’inclusione dell’educazione economica di genere nelle scuole e nei luoghi di lavoro. È essenziale aumentare la consapevolezza delle misure di sostegno economico disponibili per le donne vittime di violenza, come il reddito di libertà e l’assegno di inclusione.
Particolare attenzione è dedicata alle donne in situazioni già compromesse come la prostituzione e la migrazione, dove la violenza economica si complica ulteriormente con forme di controllo fisico e psicologico. Queste donne, spesso le più vulnerabili, hanno diritto a una protezione concreta e percorsi di autonomia che garantiscano dignità e sicurezza.
Durante un’audizione, la Comunità Papa Giovanni XXIII ha portato all’attenzione della Commissione le testimonianze dirette delle vittime, rivelando meccanismi di controllo esercitati da sfruttori e da cosiddetti “loverboy”. Queste storie coinvolgono giovani donne che sono state sedotte, isolate e poi sfruttate economicamente e sessualmente, evidenziando una realtà drammatica e urgente da affrontare.
In conclusione, la Commissione ribadisce che per ridurre i femminicidi è necessario intervenire sulle radici delle relazioni umane, demolendo stereotipi, fornendo supporti concreti e educando le donne all’autonomia economica. Così facendo, sarà possibile combattere contro ogni forma di assoggettamento e garantire un futuro più equo e dignitoso per tutte le donne.