Nelle settimane scorse sono stati eletti quattro responsabili di zona della Comunità Papa Giovanni XXIII. L’Associazione si articola in circoscrizioni territoriali, denominate Zone, che possono essere più o meno estese a seconda del numero degli associati. Secondo il Direttorio dell’associazione, “le Zone sono il luogo di incarnazione della vocazione dove i membri della Comunità, seguendo la via della condivisione diretta, svolgono un’azione verso i più poveri ed i più deboli, servono gli ultimi che il Signore fa loro incontrare e che essi stessi cercano”. In ogni Zona viene eletto un Responsabile, secondo quanto previsto dall’art. 18 dello Statuto, che esercita il servizio di autorità partecipata in piena comunione ed obbedienza con l’unico Responsabile Generale. Il mandato del Responsabile di Zona dura tre anni e può rimanere in carica per un massimo di tre mandati.
Anna Rossi è stata confermata Responsabile della zona Brasile. Anna e suo marito Reno Riboni sono originari di Cremona e sono sposati dal 1989. Nel 1998 partono per il Brasile; Anna lascia il suo lavoro di insegnate di ginnastica. Fino al 2011 vivono ad Araçuaí, una piccola cittadina del Minas Gerais, con la loro casa famiglia. Successivamente si trasferiscono a Salvador de Bahia, dove vivono tuttora con la loro casa famiglia.
Concetta Iabichino è stata rieletta Responsabile della Zona Sud che comprende la Sicilia e la Calabria. Concetta vive col marito Alberto a Santa Venerina, paese alle pendici dell’Etna, in provincia di Catania. Insieme gestiscono una casa famiglia di 13 persone, composta da quattro figli naturali e sette in affido, di cui sei con disabilità mentale.
«Io sono di Scicli, paese barocco in provincia di Ragusa. Da ragazza pensavo di aprire un doposcuola per bambini in difficoltà. Poi conobbi don Oreste Benzi tramite una mia insegnate mentre studiavo ragioneria. E mi innamorai del suo carisma. Appena diplomata frequentai un campo di condivisione, quelli in cui i giovani fanno esperienza con gli ultimi, e a 19 anni andai a vivere nella casa famiglia di Marco e Laura Lovato. Ho fatto anche un’esperienza di missione in Russia per tre mesi. Poi aprii una casa famiglia a Pachino, nel siracusano, città famosa per il pomodoro detto “ciliegino” e per il caratteristico borgo di Marzamemi.
Oggi una delle priorità nel nostro territorio è dare accoglienza ai profughi che arrivano tramite i corridoi umanitari creando rete nel territorio per promuoverne l’integrazione. E poi ci stiamo interrogando sul “dopo di noi”, il futuro delle persone con disabilità che accogliamo nelle nostre case».
Lucia Stefàno è stata eletta Responsabile della zona Puglia-Molise. Lucia è salentina e vive a Casarano, 50 chilometri a sud di Lecce. Consacrata, dal 2005 gestisce una casa famiglia in cui sono accolte prevalentemente mamme con bambini. «Accolgo molte ragazze che vivono una gravidanza inattesa. Prima facevo l’agente assicurativa, adesso assicuro un futuro a queste ragazze. Ogni donna sta con noi circa due anni: il tempo della gravidanza, della nascita e di un avvio verso l’autonomia. Le donne che accogliamo sono sole, perché di fronte ad una gravidanza indesiderata i padri sono scappati». Le distanze tra una struttura e l’altra dell’associazione sono notevoli, implicando difficoltà nel quotidiano sostegno reciproco. «La casa famiglia più vicina dista due ore di auto, pertanto una delle priorità che avremo sarà custodire la fraternità tra i membri della comunità».
Pierpaolo Casalini è stato eletto responsabile della Zona Romagna. Medico anestesista rianimatore, fino a due mesi fa, quando è andato in pensione, era responsabile del reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Faenza. Sposato con Beatrice, medico anche lei, la coppia ha sette figli.
«Ho vissuto la vocazione nella professione. Io e mia moglie abbiamo fatto qualche accoglienza ma il lavoro ed i nostri sette figli (naturali, ndr) hanno avuto la priorità. In realtà, appena sposati, non riuscivamo ad avere figli, tanto cha avevamo cominciato a fare qualche esame. Poi ci aprimmo all’accoglienza di un bimbo, in coma, che era ricoverato nel reparto in cui lavoravo e che accudivo. Non fu facile, perché l’ospedale non voleva dimettere il bimbo. Alla fine lo accogliemmo e dovemmo cambiare casa per rispondere ai suoi bisogni. Cercammo di fargli fare la vita più normale: lo portavamo sulle Dolomiti a Canazei, al mare. Mangiava col sondino e tossiva solamente. Infine, morì a casa nostra. Dopo mia moglie rimase incinta del nostro primo figlio».
La zona Romagna è una delle zone più numerose della Papa Giovanni. «Vedo tre priorità. Anzitutto la fraternità tra noi della Papa Giovanni. In secondo luogo, la sperimentazione sul “dopo di noi”, come proseguire con i figli disabili. Siamo all’inizio di questa riflessione ma molti di noi sono avanti con gli anni e dobbiamo capire come proteggere i piccoli che accogliamo anche quando noi non riusciremo più. Infine, dobbiamo lavorare sui giovani. Da noi non ce ne sono molti ma sappiamo che c’è molta richiesta di vita di condivisione tra i ragazzi. Va ripreso quell’ “incontro simpatico con Gesù” che proponeva don Oreste. Io vedo che i nostri figli vogliono vivere la condivisione della vita con i poveri».




