COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
04/04/2019
Il 19 aprile verrà inaugurata Anime, la mostra che espone le opere d'arte realizzate dai ragazzi del Centro Diurno socio-riabilitativo "Don Oreste Benzi" a Cesena.
«L’arte non si può separare dalla vita. È l'espressione della più grande necessità della quale la vita è capace», diceva Robert Henri, pittore statunitense.
Le persone che frequentano il Centro Diurno “Don Oreste Benzi” hanno la necessità di trovare altri linguaggi, oltre a quello verbale, per dare (o ridare) voce a tutto ciò che è inesprimibile dentro di loro. L’arte permette di gettare un ponte tra il loro mondo interiore e il mondo esterno.
Melissa Cappelli, curatrice della mostra, insegna arte e prepara insieme ai ragazzi del Centro Diurno le opere artistiche, tutti pezzi unici, come ciascuno di noi.
«Melissa mi ha confessato che era sempre stata spaventata dal pensiero di lavorare con i disabili» racconta Flora Amaduzzi, responsabile del Centro Diurno, «ma ha accettato lo stesso di lavorare con noi e mi ha confidato che è la cosa più bella che le è capitata nella vita, perché le dà la possibilità di esprimersi completamente, insieme ai ragazzi del Centro si sente completamente libera».
Anime: è il tema scelto quest’anno dal Centro diurno "Don Oreste Benzi" per la 13ª edizione di Diversa MENTE ABILE, consueta mostra dove sono esposte le opere d’arte dei ragazzi, patrocinata dal Comune di Cesena.
L’ANIMA è il respiro della persona. Ci sono anime leggere e anime pesanti, anime piccoline ed anime giganti, ci sono anime chiare e altre dagli angoli oscuri, anime rosse e anime blu, anime che camminano rasente a terra e altre che sanno volare molto in alto, anime calde e anime fresche .
Quando non si è autosufficienti, la vita può essere insopportabilmente spietata, pesante, schiacciata sotto i propri limiti. Attraverso l’arte, tuffandosi in colori vigorosi o delicati i nostri Artisti dimenticano la pesantezza di un corpo rigido o immobile librandosi liberi nel cielo, intimamente uniti con la loro ANIMA.
È proprio l’ANIMA che li spinge a non arrendersi alla propria malattia e scoprire che i limiti sono solo dentro di noi. Ed è qui che nasce l’arte: dal rifiuto di abbandonare la speranza Questa mostra racconta la vita di queste anime.
Saranno in mostra anche cartoline con le foto dei ragazzi impegnati nelle varie attività a disposizione di tutti perché «Vorremmo creare un virus che contagi un po’ tutti: il virus delle buone notizie».
E la buona notizia è proprio questa: è possibile vivere una vita dignitosa, fatta di bellezza, quando c’è un grembo sociale che ti permette di essere quello che sei, di esprimerti, lasciare il tuo segno, a partire dall’handicap che porti sulla pelle.
La mostra è installata all'interno della navata della chiesa di Sant'Agostino a Cesena da venerdì 19 aprile a domenica 5 maggio 2019.
L'inaugurazione della mostra sarà venerdì 19 aprile alle 16:30. Clicca per sapere gli orari di apertura della mostra.
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
27/03/2019
Il 18 marzo scorso è stato approvato dalla Giunta comunale di Coriano (RN) il progetto “Piantare la speranza”, con cui il Comune romagnolo si impegna a piantare un albero per ogni detenuto accolto a Casa Betania, struttura del percorso CEC (Comunità Educante con i Carcerati). «Questo progetto unisce l’amore ai poveri e quello per la Madre Terra» spiega Giorgio Pieri, coordinatore del progetto CEC. A Coriano (RN).
Il 27 marzo il sindaco Domenica Spinelli ha consegnato al prefetto Alessandra Camporata la delibera comunale in cui la città di Coriano si impegna a piantare un albero per ogni accolto di Casa Betania. Inizia un cammino di speranza per i poveri e il creato.
Detenuti in pena alternativa a Casa Betania, progetto CEC (Comunità Educante con i Carcerati)
La prima casa di accoglienza per detenuti in pena alternativa della Comunità Papa Giovanni XXIII è stata aperta nel 2004, sul modello delle APAC (Associazioni di Protezione e Assistenza dei Condannati) ideate in Brasile dal compianto Mario Ottoboni. Oggi le CEC (Comunità educative con i carcerati) sono 7 in Italia e 2 in Camerun, affiliato ufficialmente alle APAC brasiliane dal 2016.
Attraverso i percorsi previsti in queste case di accoglienza i detenuti sono impegnati in lavori socialmente utili, ma soprattutto in un lavoro psicologico di rivisitazione del proprio passato, per trovare la forza di perdonare sé stessi e di chiedere finalmente un reale perdono alle vittime dei reati commessi. L'accoglienza è pensata in tre fasi successive che possono avere durata variabile: il primo ingresso, il percorso di recupero, il reinserimento in società.
Casa Betania, a Coriano (RN) è una delle strutture CEC, dove si accolgono i detenuti in pena alternativa al carcere ed è anche la prima casa famiglia che don Oreste Benzi aprì nel 1973 per accogliere orfani, senza fissa dimora, chiunque non avesse una famiglia. Dal 2017 Casa Betania è diventata una delle strutture del percorso CEC, accogliendo i detenuti in pena alternativa al carcere.
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
25/03/2019
Giovani e meno giovani, emarginati, disabili, venuti da Paesi lontani, vittime di tratta, caduti nelle dipendenze, usciti dal carcere. Persone che vivono ai margini della società e che, quando bussano alla porta delle Case Famiglia e delle realtà di accoglienza della Comunità Papa Giovanni XXIII, non hanno nulla di più di ciò che indossano. E nessuna possibilità, nessun aiuto o contributo per procurarsi dell’altro.
Come fare per provvedere a loro è certo una preoccupazione, ma non è un motivo sufficiente per rifiutare accoglienza e sostegno concreto.
Dal momento in cui una persona entra a far parte della grande famiglia di Apg23, si fa di tutto per garantirgli tutto il necessario, fino a quando ne avrà bisogno, e la possibilità di realizzare il proprio potenziale.
Questo è possibile grazie alla disponibilità di chi, ogni giorno, mette la propria vita al servizio delle persone che soffrono e sono rimaste da sole, e alla generosità degli amici e dei sostenitori della Comunità. Come chi, ad esempio, sceglie di destinare il proprio 5x1000 ad Apg23.
Le risorse ricevute dalle dichiarazioni dei redditi si trasformano ogni anno in vestiti, medicine, cibo, educazione, a cui si aggiunge quell’amore che guarisce tutte le ferite e che solo una vera famiglia sa dare.
Gli ultimi fondi ricevuti dalle dichiarazioni dei redditi sono stati utilizzati per provvedere ai bisogni di 518 persone che vivono in 42 Case Famiglia e realtà di accoglienza.
A partire da oggi vi raccontiamo chi sono!
LE RAGAZZE CHE HANNO CONOSCIUTO LA STRADA
Non è facile trovare il coraggio di uscire dal giro dello sfruttamento a scopo di prostituzione, ma ci sono ragazze che ce la fanno, grazie all’operato delle Unità di Strada di Apg23. Per loro è prevista l’accoglienza in luoghi pensati per aiutarle a cambiare vita, come la Casa di Pronta Accoglienza Maria Maddalena, nel Riminese. Una delle attività che più amano è il laboratorio di cucito: creano meravigliosi arazzi con materiale di recupero, che raccontano la loro storia e la speranza di un futuro diverso.
S., N., A., S. E GLI ALTRI
S. è stato abbandonato da piccolo ed è psichiatrico. N. ha problemi familiari e di adattamento. A. è autistico. S. ha un ritardo mentale ed è epilettico. E così via. Sono arrivati uno dopo l’altro, e continuano ad arrivare, in cerca di tutto ma soprattutto di una cosa: l’amore di una mamma e di un papà. È così che la Casa Famiglia Santa Maria dell’Odigitria di Acireale (CT) è diventata tanto numerosa, a furia di aprire la sua porta, che quando a pranzo o a cena si è “al completo” bisogna unire più tavoli, perché non ce n’è uno abbastanza lungo per accomodare tutti.
ANTONIO
La sua è una storia già sentita: Antonio ha perso il lavoro, poi si è separato dalla moglie ed è finito a vivere per strada. Per anni non ha avuto il coraggio di alzare gli occhi da terra, tanta era la vergogna per la sua condizione. Poi un giorno ha visto una mano tesa davanti a lui, che aspettava la sua: oggi vive nella Casa di Pronta Accoglienza Adulti San Clemente, a Imola (BO), insieme a tanti altri uomini e donne in difficoltà. Ha trovato una famiglia davvero speciale, che lo sta aiutando a ricostruire la dignità perduta.
LA FAMIGLIA HALILOVIC
Sono di origine Rom, ma ad un certo punto hanno sentito l’esigenza di fermarsi in un luogo e di costruire una vita stabile per i loro figli. È stato don Oreste Benzi in persona ad accompagnarli al Villaggio della Gioia di Forlì (FC), dove vengono accolti interi nuclei famigliari in difficoltà. Mentre i bambini e i ragazzi vanno a scuola, le mamme frequentano corsi professionali e i papà vengono supportati nel trovare un impiego. Si vive insieme, si condividono i problemi e le scelte quotidiane, fino a quando ciascuno è in grado di camminare sulle proprie gambe.
ELEONORA, AMINA E DIANA
Sono tre donne molto diverse tra di loro, per età, storia e provenienza, ma hanno una cosa in comune: ad un certo punto della loro vita si sono ritrovate sole e senza sapere dove andare. Sembrava impossibile trovare un luogo dove imparare a prendersi cura delle loro ferite, dei loro figli, di loro stesse. Invece sono state accolte dalla Casa Famiglia di Pompei: lì stanno ricostruendo la loro vita. Puoi leggere qui la loro storia.
Foto: avvenire.it
MADOU
È arrivata dalla Sierra Leone a 15 anni ed è stata accolta dalla Casa Famiglia Tonellotto di Cittadella (PD).
Grazie alla sua forza d’animo e al sostegno della sua famiglia, non ha mai vissuto la sua disabilità come un limite. Ha studiato, ha imparato ad usare un sintetizzatore vocale che parla attraverso il suo smartphone, ha trovato lavoro.
La sua è una storia incredibile, che è stata raccontata anche da Avvenire: la puoi leggere qui.
Per ogni Eleonora, Amina o Diana, ce ne sono altri 10, altri 100 che ancora aspettano di essere accolti e sostenuti nelle loro necessità.
Ecco perché la Comunità Papa Giovanni XXIII ha bisogno che sempre più persone scelgano di destinarle il loro 5x1000!
Io ci metto la mia vita, tu ci metti il tuo 5x1000?
Nella tua dichiarazione dei redditi, inserisci il nostro codice fiscale 00310810221
Scopri proprio tutto sul 5x1000 e come fare passaparola su 5x1000.apg23.org
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
13/03/2019
«Santità, La ringraziamo per il suo impegno per la liberazione dei poveri e per l'annuncio di un Vangelo vivo che cerca la conversione di tutte le persone, in particolare dei giovani e di coloro che sono più lontani dalla Fede. Noi della Comunità Papa Giovanni XXIII continueremo nel nostro piccolo a cooperare affinché la Chiesa faccia di Gesù il cuore del mondo».
Questo l'augurio di Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, in occasione del sesto anniversario di Pontificato di Papa Francesco.
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
13/03/2019
Venerdì 8 marzo 2019 è stato pubblicato sul sito del Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale il bando dei Corpi Civili di Pace.
L’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII ha disponibili 4 posti in Cile nel progetto “Corpo Civile di Pace 2019 – Il Conflitto Mapuche” nel campo di azione del monitoraggio del rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario, e 4 posti in Italia, in provincia di Frosinone, nel progetto “Appennino Fragile” che si occupa di emergenza ambientale, prevenzione e gestione dei conflitti generati da tali emergenze in Italia, in coprogettazione con Cesc Project. La scadenza per l’invio delle candidature è fissata a lunedì 8 aprile 2019.
Possono candidarsi tutti i giovani dai 18 ai 28 anni: SCOPRI I PROGETTI E COME PARTECIPARE
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
06/03/2019
«La decisione presa oggi dalla Consulta rafforza la Legge Merlin e conferma la validità del suo obiettivo: la liberazione delle donne da questa forma di schiavitù moderna. Oggi in Italia prostituzione fa rima con schiavitù. Non possiamo continuare a tenere decine di migliaia di vittime per qualche escort di alto borgo». E' quanto dichiara Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Papa Giovanni XXIII, in merito alla sentenza della Corte Costituzionale circa le questioni sulla legge Merlin sollevate dalla Corte d’appello di Bari in merito al processo sulle escort e discusse nell’udienza pubblica del 5 febbraio 2019.
«Rimaniamo in attesa delle motivazioni della sentenza, - continua Ramonda - ma riteniamo che sia necessario potenziare la Legge Merlin, che ha appena compiuto 61 anni, al fine di renderla più efficace per il raggiungimento del suo obiettivo di emancipazione della donna. La nostra posizione rimane quella di adottare il cd modello nordico in cui si prevede la sanzione ai clienti, considerati corresponsabili della riduzione in schiavitù di queste persone»
La Comunità Papa Giovanni XXIII in 30 anni di attività ha liberato dalla strada e accolto oltre 7000 ragazze vittime del racket della prostituzione. Ogni settimana è presente con 28 unità di strada e 120 volontari per incontrare le persone che si prostituiscono e proporre la liberazione immediata. Promuove, insieme ad un cartello di associazioni - tra cui CISL, AGESCI, Azione Cattolica, Forum Famiglie, Rinnovamento dello Spirito - l'iniziativa Questo è il mio Corpo, campagna di liberazione per le vittime della tratta e della prostituzione.
La proposta, ispirata al modello nordico, ha l'obiettivo di ridurre sensibilmente il fenomeno colpendo la domanda e sanzionando i clienti delle persone che si prostituiscono.
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
05/03/2019
La Legge Merlin compie 61 anni in questo 2019. Il 6 marzo 2019 il dibattito della Corte Costituzionale l'ha resa più che mai attuale, confermandone la validità. Ai giudici era stato di valutare se la Merlin potesse costituire una “violazione del principio della libertà di autodeterminazione della donna”, questione che era stata sollevata nell'ambito del processo per il reclutamento di presunte escort destinate a cene galanti con Silvio Berlusconi. E l'organo giudiziario ha concluso che le questioni sulla legittimità costituzionale della legge non hanno fondamenta: la Merlin resta allora in vigore così com'è. Il dibattito intanto si è aperto; La prostituzione non è un lavoro come un altro, è il parere di Francesco Belletti, direttore del Centro Internazionale Studi Famiglia (Cisf). Ora siamo più forti nella liberazione delle vittime della tratta, gli fa eco Giovanni Paolo Ramonda presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII.
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
28/02/2019
“L'idea di riaprire le case chiuse è fuori dalla storia. Il vero problema che la politica ha il dovere di affrontare sono le decine di migliaia di donne, anche giovanissime, costrette a prostituirsi, rese schiave dalla criminalità organizzata e dai clienti che sfruttano la loro condizione di vulnerabilità”. E' quanto afferma Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Papa Giovanni XXIII, in merito alla dichiarazione del Vice-Premier Salvini sulla riapertura delle case chiuse.
“Non basta dire che l'attuale Governo non intende intervenire sul tema. - ha aggiunto Ramonda - Chiediamo ai governanti di adottare le misure necessarie per liberare queste donne. La soluzione non è l'Austria, nei cui night club non vi sono donne austriache ma persone vulnerabili che provengono da paesi poveri. La vera soluzione è il cd modello nordico in cui si prevede la sanzione ai clienti, considerati corresponsabili della riduzione in schiavitù di queste persone. Invitiamo il Ministro Salvini a visitare una delle nostre case famiglia in cui sono accolte le vittime della tratta a causa della prostituzione”.
La Comunità Papa Giovanni XXIII in 30 anni di attività ha liberato dalla strada e accolto oltre 7000 ragazze vittime del racket della prostituzione. Ogni settimana è presente con 28 unità di strada e 120 volontari per incontrare le persone che si prostituiscono. Promuove, insieme ad un cartello di associazioni - tra cui CISL, AGESCI, Azione Cattolica, Forum Famiglie, Rinnovamento dello Spirito - l'iniziativa Questo è il mio Corpo, campagna di liberazione per le vittime della tratta e della prostituzione. La proposta, ispirata al modello nordico, ha l'obiettivo di ridurre sensibilmente il fenomeno colpendo la domanda e sanzionando i clienti delle persone che si prostituiscono.
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
24/02/2019
«Possiamo arrivare ad ospitare in pena alternativa al carcere fino a 1000 detenuti in 3 anni, nelle case di accoglienza della Comunità Papa Giovanni XXIII. Altri 10mila detenuti possono essere accolti coinvolgendo la rete di associazioni che sono pronte per l’accoglienza qualora ci fosse una retta di almeno 35-40 euro al giorno per ogni detenuto».
Una delegazione della Comunità Papa Giovanni XXIII il 20 febbraio 2019 ha portato la proposta al Capo del DAP (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria), Francesco Basentini.
«Un detenuto nell'attuale sistema carcerario costa al portafoglio degli italiani 150 euro al giorno», ha spiegato Giorgio Pieri, responsabile del progetto delle CEC, Comunità Educanti per i Carcerati dell'associazione di Don Benzi, che ha aggiunto: «Quasi 8 persone su 10 uscite dalle carceri tradizionali tornano a commettere reati, il 75%. Per chi esce dalle CEC la recidiva si abbassa invece al 15%: meno di 2 persone su 10 torneranno a delinquere. Le alternative al carcere possono rendere più sicuro il nostro paese».
Intervistato all'uscita dall'incontro con il massimo dirigente dell'amministrazione penitenziaria, Pieri si è mostrato soddisfatto:
«L’interesse dimostrato per la nostra proposta è stato alto. La questione economica non è di facile soluzione, ma in giornata abbiamo avuto anche l'opportunità di incontrare il direttore della Cassa Ammende, Gherardo Colombo, accompagnato da Sonia Specchi. Il cambiamento richiede percorsi che possono essere lunghi e difficoltosi, ma sono necessari: crediamo davvero che sia possibile passare dalla certezza della pena alla certezza del recupero, siamo convinti che sia questa la vera via alla sicurezza».
Cosa sono le strutture per le misure alternative alla detenzione
La prima casa di accoglienza per detenuti in pena alternativa della Comunità Papa Giovanni XXIII è stata aperta nel 2004, sul modello delle APAC (Associazioni di Protezione e Assistenza dei Condannati) ideate in Brasile dal compianto Mario Ottoboni. Oggi le CEC (Comunità educative per i carcerati) sono 7 in Italia e 2 in Camerun, affiliato ufficialmente alle APAC brasiliane dal 2016.
Attraverso i percorsi previsti in queste case di accoglienza i detenuti sono impegnati in lavori socialmente utili, ma soprattutto in un lavoro psicologico di rivisitazione del proprio passato, per trovare la forza di perdonare sé stessi e di chiedere finalmente un reale perdono alle vittime dei reati commessi. L'accoglienza è pensata in tre fasi successive che possono avere durata variabile: il primo ingresso, il percorso di recupero, il reinserimento in società.
Un'alternativa per i detenuti di Chieti
L'esempio. La casa Santi Pietro e Paolo di Vasto, in provincia di Chieti, è stata inagurata il 15 settembre 2017 a Vasto. Si tratta della 6ª casa del progetto CEC in ordine di età (Comunità Educante per Carcerati, ecco come funziona), aperta in Italia dalla Comunità Papa Giovanni XXIII.
«Questa nuova apertura dimostra che l’esecuzione penale al di fuori del carcere non solo è possibile, ma è anche un modo di rendere la pena utile per la sicurezza della società, per la crescita del reo, e rendere giustizia alle vittime. L’intera società è chiamata a farsi carico di chi nella debolezza ha confidato nel male come via per ottenere la felicità. La festa di inaugurazione è anche un momento di riflessione e confronto su alcune proposte concrete per il superamento del carcere» ha detto per l'occasione Giorgio Pieri, coordinatore del progetto CEC.
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Pene alternative al carcere: la riforma è nata morta
Sul tema delle misure alternative alla detenzione si era messo al lavoro, prima di precipitare nel baratro, il governo Gentiloni: le scuderie romane ad inizio 2018 stavano forgiando in gran silenzio il principale decreto attuativo, previsto dalla riforma 2017, per regolamentare le varie istituzioni di pena alternative al carcere. Ed il 16 marzo è uscito, un po' in sordina, un gemito roco di festeggiamento. Le agenzie con gran foga hanno battuto: "riforma del carcere approvata dal governo", anche se si era trattato sostanzialmente di una gran bugia. Una piccola modifica qua, un ritocco là: ed ecco che la rivoluzione copernicana delle carceri Italiane, che tutta Europa stava aspettando, fu condannata a ritornare alla Camera dei Deputati, poco tempo prima della fine annunciata della legislatura.
La Comunità Papa Giovanni XXIII ha celebrato il lutto con momenti di silenzio e di riflessione di fronte ad alcuni dei più importanti istituti penitenziari in tutta Italia.
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L'appello: ripensiamo una riforma delle carceri
Il Presidente di Apg23 Giovanni Paolo Ramonda, così ha preso atto del naufragio della riforma dell'ordinamento carcerario: «Nel 2018 siamo arrivati ad un passo dall'approvazione di quella che era la più importante riforma dell'ordinamento penitenziario degli ultimi 40 anni. Quello stop è arrivato dopo un lavoro che ha coinvolto centinaia di esperti; è stato una grave ingiustizia. Attraverso il recupero del reo nelle strutture per le pene alternative la recidiva può arrivare addirittura al 10%».
Anche il comico di Zelig, Paolo Cevoli, aveva preso posizione (inutilmente) per difendere l'agoniato tentativo di riforma del sistema carcerario.
Detenuti a difesa delle pene alternative alla detenzione
Lettera dal carcere di Vicenza
«Chiedo a tutti, per quanto possibile, di unirvi a noi, in comunione con i fratelli detenuti e la magistratura, per chiedere l'approvazione della riforma dell'Ordinamento Penitenziario, bloccata, sembrerebbe, per opportunità politiche. La riforma prevede:
una grande valorizzazione delle pene alternative;
l'eliminazione di leggi che hanno reso nel tempo l'affidamento più difficile;
promozione dell'apertura di dimore sociali convenzionate e accreditate per accogliere chi non ha abitazione esterna».
Lettera dal carcere di Forlì
«Ci troviamo davanti al carcere per difendere l'approvazione della riforma carceraria, In alcuni carceri è in atto lo sciopero della fame. Chiedo che chi può, si unisca a noi»
Misure alternative: pareri a confronto
Durante il seminario "L'uomo non è il suo errore"di fine 2017 Monsignor Bruno Forte, arcivescovo della diocesi Chieti-Vasto, ha condiviso una sua esperienza personale: nei primissimi mesi di sacerdozio era stato con i carcerati in Ruanda, dopo il genocidio. In quell’occasione era stato molto colpito dalle condizioni terrificanti in cui venivano i detenuti, molti dei quali erano innocenti: «la dignità umana era stata cancellata, calpestata», ha raccontato. Per questo motivo mons. Forte si è dichiarato particolarmente sensibile al tema del recupero dei condannati. Citando Papa Benedetto XVI (da uno dei suoi interventi sulla pastorale carceraria) ha ribadito che «In un carcere non sicuro la dignità della persona è a rischio». Ha ripreso poi le parole di Papa Francesco: «Ogni pena deve comunque sempre promuovere la dignità dell'uomo, la pena non può essere una vendetta». Mons. Forte ha auspitato che tutte le comunità parrocchiali aiutino i detenuti e i loro familiari, costituendo anche gruppi di volontari che si rendano presenti nelle carceri del territorio. «C’è poi l'urgenza di operare per il reinserimento dei detenuti», ha concluso.
Federica Chiavaroli, allora senatrice e sottosegretario di Stato alla Giustizia, nell'occasione ha sottolineato la necessità a suo parere di modificare il nome “carcere”: «La dicitura esatta — ha detto — dovrebbe essere “misure di comunità” perché si svolgono in comunità, per la comunità, con la comunità. Non si dovrebbe parlare di “alternativa” al carcere, come se quest’ultimo fosse l'intervento da privilegiare, ma il carcere dovrebbe rimanere l'extrema ratio. Recuperando i detenuti, la comunità crea autentica sicurezza sociale; è fondamentale far conoscere il carcere e le misure di comunità, il modello della giustizia minorile deve essere sviluppato, inoltre anche nell'ambito della giustizia per i maggiorenni c’è un cammino da fare insieme per il futuro». Ha citato poi un'esperienza personale vissuta con i detenuti del carcere di Pescara che, dietro sua iniziativa, hanno svolto lavoro socialmente utile pulendo il sentiero per Rigopiano, ove vi fu il terribile incidente all'albergo: «È stata un'esperienza molto bella che ha colpito prima di tutto gli abitanti del territorio».
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
20/02/2019
L’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (che ha festeggiato nel 2018 i suoi primi 50 anni), vive nei 5 continenti a fianco di persone con svariate forme di disagio personale, relazionale, sociale, spesso oggetto di discriminazione di valore. Ad oggi conta 2100 membri, 6200 accolti, 41000 persone che mangiano ogni giorno alla stessa mensa.
La Comunità Papa Giovanni XXIII il 13 febbraio 2019 interviene con un proprio documento all’Udienza pubblica conoscitiva della proposta di legge regionale dell’Emilia Romagna sull’“Omotransnegatività” chiedendone la sospensione del percorso, perché mette a rischio principi fondamentali della nostra democrazia, come quello della libertà di pensiero ad esempio. Nell’articolo 1 si parla di «prevenire e superare le situazioni, anche potenziali, di discriminazione e omotransnegatività». Il concetto di “discriminazione potenziale”, affiancato a quello di “omotransnegatività” apre alla possibilità di essere giudicati per un pensiero o un sentimento differente da quello Omosessualista. Questo rischia di creare una DISCRIMINAZIONE al contrario, verso chi semplicemente ha un pensiero o un’esperienza differente, diventando perfino controproducente nel reale percorso di integrazione che tutti auspichiamo.
Partendo dalla vasta esperienza di condivisione la Comunità Papa Giovanni XXIII (Apg23) constata che l’efficacia dell’inclusione sociale di persone con caratteristiche peculiari non si basa tanto sulla “difesa” dei soggetti o sulla “negazione” delle stesse caratteristiche, quanto piuttosto su un lavoro di consapevolezza e di accettazione delle stesse, sia da parte della persona, sia da parte del territorio che diviene così competente ed inclusivo.
Nota inoltre nella proposta di legge una contraddizione di fondo, perché mentre da un lato l’omosessualità, la transessualità ecc. sono state derubricate dal Manuale Diagnostico delle malattie Mentali e si tende a considerarle come una “variante dell’identità”, dall’altra questo PDL nei suoi diversi articoli, propone TUTELE e agevolazioni assimilabili a quelle legiferate per soggetti con disabilità intellettiva e fisica, ossia soggetti che rientrano in un quadro diagnostico/patologico.
L’Apg23 sottolinea anche la POSITIVITÀ degli STEREOTIPI, “attenzione a contrastarli”, contrariamente a quanto si promuove in tutte le leggi nazionali e internazionali sulla ideologia di genere. (Bianca Gelli, Psicologia della differenza di genere, Franco Angeli)
La parola “stereos” (da cui deriva “stereotipo”) vuol dire anche “solido”, e questo ci può aiutare a vedere la questione da un’altra prospettiva: descrivere in maniera chiara e distinta un insieme di elementi, permette di identificarli e distinguerli fra gli altri e di creare rappresentazioni categoriali, che permettono di costruire schemi e rappresentazioni che poi andranno ad influire sulla percezione del mondo, aiutandone la capacità di discernimento e l’orientamento nel mondo stesso. Seguendo lo sviluppo cognitivo, l’identità di genere passa nella fase di crescita del bambino tra i 3 e i 7 anni da conoscenze incomplete e instabili a categorie sempre più stabili fino a giungere a rappresentazioni mentali comprensive come il concetto di maschio e femmina e consente al bambino un sempre maggior controllo e adattamento all’ambiente.
Nel testo della proposta di legge sono previsti finanziamenti per percorsi formativi in tutti i livelli delle scuole pubbliche e alle associazioni LGBT che sarebbero coinvolte per realizzarli. La Apg23 rimarca la delicatezza dell’educazione all’Affettività e alla Sessualità soprattutto dei più giovani e bambini, riaffermando la responsabilità primaria dei loro genitori su questa tematica, auspicando un loro diretto coinvolgimento in eventuali percorsi scolastici “obbligatori”, in linea con una visione antropologica dell’uomo che ne considera la sua costituzione biologica, affettiva, sessuale, psicologica e spirituale.
Dal punto di vista culturale nel suo contributo scritto l’Associazione Papa Giovanni XXIII richiama alcuni dati contenuti nell’ultima ricerca ISTAT sul tema dell’Omosessualità e la società. In questo Report dal titolo “La popolazione Omosessuale nella Società Italiana” del 2011 vi è scritto che secondo i cittadini italiani gli omosessuali e le persone transessuali sono discriminate meno che in passato. «La stragrande maggioranza degli intervistati, infatti, ritiene che sia poco o per niente giustificabile che un lavoratore sia trattato meno bene dei colleghi ( 96%), che un datore di lavoro non assuma un dipendente con le qualifiche richieste (92,3%), oppure che un proprietario non dia in affitto una casa a qualcuno (92%) solo perché omosessuale».
Questi dati evidenziano che già nel 2011 era presente e diffusa una COSCIENZA degli italiani alla NON DISCRIMINAZIONE, anche a motivo dell’orientamento sessuale. Negli ultimi 8 anni, con lo sviluppo degli strumenti di comunicazione, social e internet, questo gap si è ulteriormente colmato, a partire dalle nuove generazioni che crescono in una maggiore consapevolezza verso la diversità, fino agli adulti, genitori, in cui cresce la responsabilità di educare i propri figli anche all’affettività e alla sessualità.
L’Associazione osserva infine che dall’incontro di persone con orientamento Omosessuale spesso trova una distanza tra il loro pensiero e quello pubblicamente annunciato e promosso dalla corrente Omosessualista, evidenziando una distanza tra i bisogni dell’uomo e quelli del pensiero dominante ideologico.
Per concludere quindi chiede che si sospenda il percorso di questa proposta di legge per i motivi sopracitati e che in qualunque caso si espliciti la condanna alla pratica della maternità surrogata.
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
15/02/2019
I ritiri di spiritualità del 2019 della Comunità Papa Giovanni XXIII sono momenti di meditazione personale aperti a tutti. Durano dai 3 ai 5 giorni e si rivologno a giovani ed adulti, d'estate è possibile vivere esperienze per famiglie. Vediamo per mesi quelli che ci accompagneranno fino alla fine dell'anno, a partire dalla data di inizio.
30 agosto: deserto dell'accoglienza e della condivisione, Frosinone
11 ottobre: deserto missionario, in Emilia Romagna (provincia di Ravenna)
4 ottobre: ritiro spirituale in Veneto a Costabissara (Vicenza), da definire.
6 dicembre: ritiro di spiritualità d'Avvento in Emilia Romagna, a Rimini.
A questo link è possibile scaricare il volantino con la proposta di spiritualità completa.
Per informazioni: segreteria.eduform@apg23.org
#FOTOGALLERY:volantini19#
La spiritualità di Don Oreste Benzi
Don Oreste Benzi ripeteva continuamente, tanto da farlo diventare uno dei suoi slogan più conosciuti: «Non si sta in piedi, se non si sta in ginocchio». Sin dall’inizio del suo cammino infatti, mentre si chiariva in lui sempre più l'aspetto della condivisione diretta di vita con gli ultimi, si precisava la spiritualità propria di un nuovo carisma e cresceva il bisogno di preghiera. Nel 1976 presero avvio le prime tre giorni di deserto, un tempo privilegiato di ritiro spirituale per immergersi in maniera prolungata nella preghiera, nell’adorazione e nell’ascolto della Parola di Dio.
La partecipazione ad un ritiro spirituale annuale è uno dei pochissimi “obblighi” d’amore – così li definiva don Oreste – che tutti i membri della Comunità Papa Giovanni XXIII sono chiamati a vivere. Sono giornate caratterizzate dal silenzio e dalla contemplazione per facilitare l’incontro intimo e personale con Gesù.
Mantenendo queste caratteristiche di fondo, in questi anni le proposte si sono diversificate in maniera da rispondere alle nuove esigenze dei cristiani. Le tre giorni di deserto sono aperte a chiunque voglia fare questa esperienza intensa di preghiera.
Il libretto di preghiere usato durante i ritiri spirituali
I ritiri spirituali sono basati sul libretto mensile con i commenti al Vangelo e alle letture del giorno curati da Don Oreste Benzi: chiedilo al numero di telefono 0442.626738 dalle 9.30 alle 13.30, oppure WhatsApp: 320.9305920 oppure lasciaci il tuo numero per farti richiamare.
Ritiro sulla spiritualità del povero a Bologna
Il finestrino si abbassa e separa, nel freddo della notte, una lacrima spezzata sulla guancia dall’eco delle parole in inglese dei volontari. Dentro in furgone in sei pregano e invocano la protezione di Maria su di lei. Fuori resta sola Sofia, e ripensa alla proposta che questi sconosciuti le hanno appena fatto: «Sali con noi, non prostituirti mai più». «Prego il Signore ogni volta che vado con qualcuno di tornare viva», ammette un’altra ragazza di 20 anni.
Per chi sta dentro al furgone, e ritorna dal Convento dell’Osservanza di Bologna, l’incontro con le donne costrette alla strada è la prima di tre tappe di questa tre giorni di spiritualità di fine estate.
A chi rimane fuori resta la collanina colorata di un rosario artigianale, ricevuta in dono, lampo di luce breve fra un abuso sessuale e il successivo. In mezzo, in quell’incontro o in quella lacrima di commozione, Gesù povero e servo e sofferente — è questo il nocciolo della spiritualità che viene proposta — espia su di sé i peccati del mondo.
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Ultimo weekend di agosto; nella notte seguente il secondo incontro nella notte rompe l’indifferenza dei passanti di Bologna; i volontari incontrano i senza fissa dimora che si rannicchiano sotto i portici del centro città. Ecco Andrea: ha scelto di dormire in strada dopo il fallimento dell’azienda di famiglia, anche se adesso
arriverà il freddo. Gli offrono the caldo e un quarto d’ora di attenzione.
Claudia in un buio sottopasso incontra una coppia di persone tossicodipendenti, 50 anni lui e 30 lei. «Nel tunnel ho avuto paura. Poi li abbiamo avvicinati, come si incontrano degli amici. E all'improvviso non erano più tossici, ma persone con un volto, che avevano soltanto una storia da raccontare. L’uscita di ieri sera mi ha toccato in modo particolare; porto a casa il grande grazie al Signore per questo pezzettino importante del mio percorso personale», racconterà poi.
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Ritiro spirituale per adulti, per incontrare Gesù
35 persone da tutta Italia hanno vissuto l’edizione 2018 di questa occasione di deserto, che propone ogni anno l'esperienza di incontro con i poveri più tipica della Comunità di Don Benzi; alla mattina dopo le lodi c’è il momento di meditazione e di confronto sull’esperienza vissuta, di riflessione personale e poi di Adorazione Eucaristica. Insieme i partecipanti si aiutano nello scoprire la presenza di Dio nelle proprie povertà più profonde e nei limiti della vita di ciascuno. Domenica l’Eucarestia fra le sbarre è occasione d’incontro con i detenuti del carcere Dozza di Bologna.
Molti dei partecipanti — non tutti — sono membri della Comunità Papa Giovanni XXIII; qualcuno ha appena iniziato a scoprirne la proposta, con la guida di Don Adamo Affri, sacerdote che in una delle case famiglia dell’associazione è andato a vivere. Fra le molte proposte spirituali di momenti di deserto distribuite durante l’anno, quello di fine settembre è organizzato proprio dal coordinamento che si occupa delle accoglienze dei poveri nelle case dei figli spirituali di Don Benzi.
La dimensione della fraternità, unica famiglia spirituale
«In queste tre giornate non abbiamo vissuto con profondità la dimensione del silenzio, come avviene in altri percorsi, ma piuttosto quelle della fraternità fra di noi e dell’incontro con i poveri, che come Comunità ci caratterizzano molto. L’incontro con le donne della strada, con i detenuti, con gli homeless, li rente umani ai nostri occhi: abbiamo scoperto delle persone, piuttosto che dei problemi», spiega Stefano Villani, fra gli organizzatori. «Chiave vincente — continua — è stata la flessibilità: l’autogestione all’interno di questa bellissima casa francescana che ci ha ospitato ci ha permesso di andare incontro alle esigenze di tutti».
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Fra i partecipanti, racconta Anna: «Questo deserto andrebbe promosso di più all'esterno, come occasione per far conoscere la spiritualità della Comunità; abbiamo vissuto un’esperienza che si presta molto più di altre ad essere condivisa e raccontata, anche con chi non vi conosce direttamente, o per chi vuole solamente iniziare un cammino».
per informazioni: segreteria.eduform@apg23.org
COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII
14/02/2019
«Ci auguriamo che il Veneto respinga la proposta di regolamentare la prostituzione. Le donne costrette a prostituirsi sono vittime, rese schiave dalla criminalità organizzata e dai clienti che sfruttano la loro condizione di vulnerabilità». È quanto dichiara Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII , in merito al progetto di legge di iniziativa statale che mira a regolamentare la prostituzione, istituendo appositi «albi» registrati nei Comuni, proposto dal consigliere Antonio Guadagnini.
«La discussione in Regione - continua Ramonda - arriva pochi giorni dopo la Veglia contro la prostituzione, tenutasi a Verona, cui hanno partecipato centinaia di persone insieme a ben cinque Vescovi».
«Ci auspichiamo che la Regione adotti le misure necessarie per liberare le migliaia di donne, tutte provenienti da paesi poverissimi, che in Veneto ogni notte sono costrette a soddisfare le turpi richieste dei clienti italiani. La soluzione più efficace – prosegue Ramonda – non è regolare il fenomeno ma contrastare la domanda, con sanzioni e misure rieducative per i clienti, come dimostrano le esperienze condotte da vari Paesi europei che hanno adottato il cosiddetto “modello nordico”. Confidiamo che presto anche l’Italia adotti questo modello di intervento».
A sostegno di questa proposta la Comunità Papa Giovanni XXIII ha promosso una campagna informativa e una raccolta di firme che ha già ottenuto l’adesione di oltre 30 mila persone e molte personalità civili e religiose, reperibile all’indirizzo www.questoeilmiocorpo.org