Il Medio Oriente è in fiamme dopo l’attacco israelo-americano contro l’Iran. Dopo quattro giorni si contano già 787 morti, di cui 165 nella scuola elementare per bambine di Minab nel sud dell’Iran.
In un momento così drammatico, attraverso la voce dei nostri missionari e volontari presenti nell’area, intendiamo raccontare la condivisione diretta della vita con gli ultimi, il carisma che ci ha lasciato in eredità don Oreste Benzi.
La nostra comunità ha tre missioni in Medio Oriente: in Palestina, in Siria ed in Iraq. Per ragioni di sicurezza omettiamo i nomi degli operatori che abbiamo raggiunto al telefono.
La guerra, come un fuoco, si è immediatamente allargata ad altri 11 paesi dell’area con migliaia di persone rimaste bloccate senza possibilità di rientrare nei loro paesi. Tra questi un nostro volontario che si trovava a Betlemme quando sono partiti gli attacchi.
«Le sirene sono suonate sabato mattina – ci racconta – mentre ero al check point di Betlemme mentre stavo andando all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Avrei dovuto prendere un volo di rientro per l’Italia sabato sera ma ci hanno fatto tornare indietro. Per tornare in Italia passerò dalla Giordania per imbarcarmi da Amman».
In Cisgiordania siamo presenti nel villaggio di At-Tuwani con il nostro Corpo civile di pace, Operazione Colomba. Qui nel 2004 i volontari avviarono lo school patrol: la scorta dei bambini che dai villaggi si recavano all’unica scuola elementare della zona, quella di At-Tuwani. Quando i bambini, dai 6 agli 11 anni, passavano vicini all’outpost – illegale – di Havat Ma’on, i coloni, spesso mascherati, gli lanciavano pietre e gli aizzavano i cani. Dopo che un volontario di Operazione Colomba rimase ferito, in seguito al clamore mediatico, nell’ottobre 2004 la Commissione per i diritti dei bambini della Knesset, il Parlamento israeliano, assegnò una scorta militare israeliana per proteggere i bambini palestinesi dalle violenze dei coloni israeliani.
«A Betlemme la situazione a prima vista appare tranquilla. – continua il volontario – I negozi sono aperti, la gente va in giro, domenica la Basilica della Natività era piena di fedeli. Però ci sono lunghe code di auto alle pompe di benzina e a noi mancano le bombole di gas che qui si usano per cucinare. Infine non ci sono turisti e la gente è molto preoccupata perché qui è una risorsa importante».
«Ero arrivato una settimana prima per monitorare il nostro progetto nell’area di Massafer Yatta. I volontari rimasti sul campo mi raccontano che sentono in lontananza le difese dell’Iron dome, il sistema anti-missilistico israeliano che ha il compito di intercettare missili diretti nel proprio territorio. La guerra con l’Iran non si vede nell’area, al contrario le violenze dei coloni e le incursioni dell’esercito israeliano sono quotidiane. Ogni giorno le famiglie palestinesi ci chiamano per proteggere le loro case, i loro campi e pascoli ed ogni notte ci chiedono di dormire in qualche villaggio a rischio di attacchi perché si sentono più sicuri con la nostra presenza internazionale. Solo la settimana scorsa nel villaggio di Susiya è stata bruciata la tenda che in genere ci ospitava. Come è successo per la guerra a Gaza, temiamo che anche con questo nuovo conflitto i coloni approfittino dell’attenzione mediatica rivolta all’Iran per aumentare i loro attacchi».
Diversa è la situazione in Siria. «Viviamo ad Al-Qusayr, città a sud di Homs, in Siria. – ci raccontano – Qui non si odono le bombe di questa nuova guerra. La Siria oggi è fuori dagli scontri anche perché ci rimane poco da bombardare: il 40 per cento degli edifici è distrutto. Ci sono le macerie della guerra civile che ha devastato il paese per 13 anni fino all’8 dicembre 2024 quando Bashar al Assad è fuggito trovando esilio in Russia».
Anche qui siamo presenti con Operazione Colomba che è entrata in Siria da un anno, un mese dopo la fine delle ostilità. Dal 2013 era presente nel campo profughi di Tel Abbas, nel nord del Libano, vicino al confine, per condividere la vita con i profughi siriani scappati dalla guerra. Ora che i siriani, lentamente, stanno rientrando, i volontari di Operazione Colomba sono rientrati con loro.
«I siriani sono rientrati dove c’erano le loro case e la loro vita. – ci spiegano – Ma non c’è rimasto nulla. Le case sono distrutte, il lavoro non c’è, l’economia è azzerata, quel poco che c’è è molto caro e nel commercio ci sono pochi margini di guadagno. L’economia è dollarizzata e i prezzi sono spropositati. L’unica risorsa sono le rimesse degli emigrati all’estero».
«Qui in Siria facciamo tanti incontri per conoscere le famiglie e le realtà locali. Facciamo laboratori educativi e attività ricreative con bambini e ragazzi che da quando sono nati hanno visto solo la guerra. Cerchiamo di promuovere una rete di associazioni locali per favore il dialogo e l’educazione alla pace. Non c’è nessuna presenza internazionale, non ci sono le Nazioni Unite, non c’è la cooperazione internazionale. Eppure c’è bisogno di ricostruire tutto, le infrastrutture, la strade. Ad oggi è stata riqualificata qualche piazza e basta. Qui c’è bisogno di ricostruire u paese ed i siriani
c’è bisogno di ricostruire tutto ed i siriani sono così stanchi della guerra e così impegnati a guadagnarsi da vivere che non guardano con molta attenzione a questa nuova guerra».
Infine, dal 2015 siamo presenti in Iraq, a Baghdad, per stare al fianco di persone con disabilità. I più deboli, come i disabili, sono quelli che pagano sempre il prezzo più alto nelle guerre dove vige la brutale legge del più forte.
«Stamattina, mercoledì 4 marzo, – ci racconta il nostro missionario – un drone iraniano ha colpito la base americana nei pressi dell’aeroporto internazionale. La situazione è sotto controllo ma le autorità hanno invitato la popolazione a non uscire di casa. Nei giorni scorsi c’erano state delle manifestazioni di protesta davanti all’ambasciata americana».
Mentre la guerra continua a mietere vittime, noi, unendoci all’appello del Santo Padre, continuiamo a “pregare per la pace e lavorare per la pace”.











