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I due papà delle due nuove case famiglia a Nidastore

L'antico borgo ospita una nuova casa famiglia

45 anni dopo la prima esperienza riminese, Nidastore (AN) raddoppia

Nidastore è un antico borgo marchigiano, conta meno di una decina di abitanti, sulle colline appenniniche della provincia di Ancona. Arrampicata nel verde fino a ieri c'era la casa famiglia di papà Nunzio e mamma Naide, arrivati qui 4 anni fa dopo quasi una ventina d'anni di missione in Brasile. Ma da oggi, insieme alle 6 persone accolte (bamini, persone con disabilità, adulti in difficoltà), si trasloca: sono finiti i 3 anni di lavori di ristrutturazione della nuova casa, poco distante; e in quella vecchia verranno ad abitare Samuel e Liliana, storici missionari della Comunità Papa Giovanni XXIII in Albania.

E così, grazie al generoso lascito del Cardinal Elio Sgreccia, originario di Nidastore, che ha donato gli immobili, nel piccolo borgo si raddoppia. La ristrutturazione della nuova casa è stata possibile grazie all'aiuto della Cei e ai fondi raccolti con l'8x1000 dalla Chiesa Cattolica; il 13 luglio 2018 si è festeggiata l'inaugurazione.

#FOTOGALLERY:nidastore#

Cos'è una casa famiglia

 
La casa famiglia multiutenza della Comunità Papa Giovanni XXIII è uno dei modelli fondativi di questa categoria di case di accoglienza, ed è il più autentico e rappresentativo  stile di accoglienza dell'Associazione di Don Benzi. Non si tratta di strutture residenziali, quanto piuttosto di strutture affettive: non ci sono operatori ed utenti, ma un papà ed una mamma che hanno deciso di mettere la propria vita al servizio di chi ha bisogno di essere accolto.
 
«Da 50 anni, in Italia ed in 42 Paesi del mondo, apriamo le nostre porte e diamo una famiglia a chi non ce l'ha — Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, in occasione dell'inaugurazione della nuova casa a Nidastore (AN), spiega il concetto di multiutenza —. Non solo a bambini, ma anche ad adulti, a ragazzi che escono dalle dipendenze, ad ex prostitute, a enza fissa dimora. Insomma diamo una casa a tutti».
 
La famiglia è il luogo dove curiamo non solo i nostri accolti, ma anche noi stessi. Perché è la risposta al bisogno innato di relazione che abbiamo. Spesso si usa impropriamente il nome “casa famiglia” per definire strutture residenziali che non hanno nulla di simile ad una famiglia. Nelle nostre case invece la convivenza è imperniata su un'intensa e incondizionata relazione affettiva. Queste sono le vere casa famiglia, come don Benzi le ha intese e volute».
 
In Italia sono presenti 202 case famiglia della Papa Giovanni, che accolgono 1.283 persone di tutte le età e di tutte le provenienze. Altre 50 sono le case famiglia nate all’estero.

 

Come aprire una casa famiglia

Nel cuore dell’estate, a Coriano (RN), il 3 luglio del 1973 partiva un’esperienza che avrebbe segnato la vita e il futuro di migliaia di persone: era la prima casa famiglia.
Venne chiamata Betania, ovvero “casa dei poveri”. Da allora centinaia persone hanno trovato in quella casa una vera famiglia e oggi è un modello diffuso in tutto il mondo.

Aprire una Casa Famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII richiede prima di tutto una scelta vocazionale e di vita. È un percorso che inizia con il Periodo di Verifica Vocazionale, anno nel quale è possibile verificare la propria adesione alla Vocazione specifica della Comunità, basata sulla spiritualità del povero.

Il 3 luglio 2018, per festeggiare i 45 anni del modello, Giovanni Paolo Ramonda ne ha raccontato le vicende: « Quella di Coriano è la prima casa famiglia che ha dato il La a centinaia di altre case ormai sparse in tutto il mondo nelle periferie più povere, per non lasciare più soffrire nessuno da solo. La profezia del servo di Dio don Oreste Benzi è diventata una realtà, che costruisce una società basata sul gratuito, invece che sul profitto».

 

Essere famiglie accoglienti in rete

Dopo più di 40 anni di condivisione, a Coriano (RN) la famiglia di Mirella e Flavio ha passato il testimone a Giorgio Pieri, che da novembre scorso è il responsabile di Casa Betania, affiancato da Glauco Melandri nella gestione quotidiana.

«Oltre ad averci lasciato la casa - spiega Giorgio - ci hanno affidato anche i primi due accolti della Comunità: Marino e Valerio. Marino è il primo accolto, che oltre ad avere un problema psichico, è stato anche in carcere per aver rubato una bicicletta. La prima volta che don Oreste e don Nevio lo avevano incontrato, fu per le parole di un vicino di casa, che ne aveva denunciato la la drammatica situazione: Marino viveva in una casa abbandonata, sul suo tavolo c’era il piatto di pasta che i vicini portavano a turno per non farlo morire di fame. Il primo “sì” generoso fu di Ida Branducci, una giovane che diede disponibilità per aprire la casa».

Oggi Casa Betania continua ad accogliere non solo detenuti (ce ne sono circa 10), ma anche persone con problematiche fisiche e psichiche. «Il bello di questa realtà  — continua Giorgio Pieri — è che gli uni aiutano gli altri:  tutti insieme si aiutano a riprendere la loro vita e a viverla con dignità».

Oggi la persona che accudisce con tanto amore Marino si chiama Giancarlo e la persona che accudisce Valerio con tanto amore si chiama Loris: «Dopo anni di carcere — conclude Pieri — si prendono cura di questi fratelli disabili».

#FOTOGALLERY:coriano#

Qui si può scaricare l'articolo apparso 10 anni fa sul mensile Sempre, in occasione del 35° anniversario di Casa Betania, dove si può leggere la testimonianza di Mirella, che per più di 40 anni è stata la responsabile della casa, e di don Giovanni Tonelli, che fu tra i protagonisti dei primi giorni della casa famiglia.

L'accoglienza dopo il carcere

Casa Betania è così diventata anche la casa di prima accoglienza per persone che escono direttamente dal carcere. Da qui andranno nei vari CEC in giro per l’Italia: a Vasto, a Saludecio, alla Casa del Perdono di Taverna, al centro Rinascere di Boceda o a Piasco, ma anche in altre case famiglia e case di pronta accoglienza. «Casa Betania dà continuità ad un progetto che non possiamo fermare» dice Giorgio Pieri, «il progetto Comunità Educante con i Carcerati, che vede oggi accolte oltre 250 persone tra detenuti ed ex detenuti».

Appena si entra in casa, si scorge una scritta: «Qui dentro entra l’uomo, il reato resta fuori». Poi subito sulla sinistra, si scorge una bella immagine di Maria, madre del perdono: «È un dipinto realizzato da Anaclerio, un ergastolano ostativo accolto presso il laboratorio Il Biancospino, capace di fare dipinti stupendi. Vogliamo condividere con voi la preghiera che reciteremo al termine della S. Messa del 3 luglio e che recitiamo tutti i giorni insieme ai recuperandi».

 

Preghiera a Maria, Madre del perdono:

Maria, Madre del perdono
alla scuola di Gesù
hai imparato a perdonare i nemici,
persino gli uccisori di tuo figlio.
Insegnaci ad amare
sapendo che l’uomo non è il suo errore.
Perdonando per Gesù, con Gesù, in Gesù
vogliamo rompere le catene del peccato,
poiché il bene vince sempre sul male.
Donaci la forza di amare sempre
ed esaudisci la grazia che ti chiediamo.
Maria, Madre del perdono, prega per noi

 

Come lavorare o fare volontariato in casa famiglia

Lavorare nelle case famiglia della Comunità non è un’occupazione per operatori specializzati, ma una scelta di vita, con la convinzione che ogni persona ha diritto ad una famiglia in cui crescere e vivere, a qualsiasi età. È possibile prestare volontariato o fare un'esperienza di servizio civile retribuito, rivolgendosi alla segreteria di zona più vicina.

Fare il volontario in una casa famiglia è un'esperienza di gratuità, e di condivisione diretta nella quotidianità con gli emarginati dalla società.

Se stai cercando altre opportunità di lavoro in casa famiglia che prevedano la presenza di operatori professionali (psicologi, educatori) puoi provare a rivolgerti a:

 

Come sostenere le case famiglia

Le Case Famiglia APG23 sono famiglie speciali. Qui un papà e una mamma donano la propria vita, 24 ore su 24, a bambini, disabili, persone sole e abbandonate, anziani e chiunque necessiti di essere accolto e aiutato ogni giorno. Sono un atto di giustizia, perchè sono famiglia per chi non ce l'ha. Per sostenerle la Comunità Papa Giovanni XXIII ha lansciato una campagna, con l'hashtag #iosonofamiglia.

Anche tu puoi fare un gesto concreto per un progetto unico di sostegno alle case famiglia

 

#FOTOGALLERY:coriano2#



Marco Tassinari, Chiara Bonetto
03/07/2018
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