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Negli ultimi anni lo si incontrava di notte, sulle strade italiane della prostituzione. La lunga tonaca scura e il rosario in mano. “Do you love Jesus?”, chiedeva alle ragazze, con il sorriso aperto e una gioia contaminante.
In molte scoppiavano in lacrime “Yes, I love him…”. Riusciva a farle sentire donne, dignitose e pulite. Don Oreste era in grado di rimestare nella degradazione umana senza mai sporcarsi.

Ha cambiato il destino di molte persone. Un giorno una ragazza gli disse: “Sono una schiava”. Lui le credette.
Così iniziò la sua lotta contro il traffico di esseri umani. Di fronte all’orrore della guerra, chiese a tanti giovani di condividere la vita con le popolazioni oppresse dalla violenza, “perché Gesù ha fatto questo, è venuto tra noi, ultimo tra gli ultimi”. Si potrebbero raccontare innumerevoli aneddoti. Tratta di esseri umani, pace, vita nascente, tossicodipendenze, disabilità, infanzia maltrattata, handicap, discriminazione sociale, ovunque vedesse la negazione della dignità e dei diritti umani il “don” era lì, a condividere con le vittime.

Con la semplicità di un bambino, realizzava cose ritenute irrealizzabili. Per questo gli davano del pazzo.
Tutti quelli che l’hanno conosciuto ricordano bene il suo saper guardare al cuore delle persone, ai doni e all’unicità di ognuno.

La storia della Comunità Papa Giovanni XXIII è inevitabilmente intrecciata alla sua storia personale. Mosso dal suo spirito innovatore, lancia una proposta rivoluzionaria per quel tempo: portare in vacanza anche i ragazzi disabili, allora “chiusi” nelle famiglie e negli istituti. Nel 1958 parte per gli Stati Uniti per raccogliere i soldi necessari alla costruzione di una casa per vacanze sulle Dolomiti, convinto che la bellezza del paesaggio possa favorire nei giovani “un incontro simpatico con Gesù”.

Da questo primo incontro con persone sole ed emarginate, e con la disponibilità a tempo pieno di alcuni giovani, don Oreste fonda, nel 1971, l’Associazione per la formazione religiosa degli adolescenti  “Papa Giovanni XXIII”, quella che è oggi la Comunità Papa Giovanni XXIII, di cui è stato responsabile generale fino al 2 novembre 2007, giorno in cui è tornato al Padre.

#FOTOGALLERY:donorestebenzi#

La biografia di Don Oreste

Don Oreste nasce il 7 settembre 1925 a San Clemente (Rimini), sesto di nove figli di una famiglia modesta. «Mio papà apparteneva a quella grande fascia, immensa, di gente che crede talmente di non valere nulla, che quasi chiede scusa di esistere». Dalla mamma apprende la fede umile e profonda, sorgente del suo ottimismo: il ricordo del ricamo visto dal retro lo aiuta a capire che «c’è un progetto d’amore e che a me viene concesso di fare un passo dopo l’altro e non oltre».

A 12 anni entra in seminario e nel 1949 è sacerdote, pronto a «strapazzarsi per le anime» e certo che «per stare in piedi bisogna stare in ginocchio». Fin da subito nutre profondo interesse per gli adolescenti, a cui propone «un incontro simpatico con Gesù». Padre spirituale in seminario e insegnante di religione, diventa figura di riferimento per molti ragazzi.

Dal 1968 al 2000 è parroco in una periferia di Rimini (Grotta Rossa), dove inizia con alcuni giovani preti un’esperienza pastorale innovativa: decidere tutto insieme ai parrocchiani, lavorare con i fedeli e non per i fedeli, chiedendo responsabilità e consapevolezza della loro identità di re, sacerdoti e profeti e della loro missione nella storia.

Dall’incontro con persone sole ed emarginate e con la disponibilità di alcuni giovani, dà inizio nel 1973 alla prima Casa Famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, per «dare una famiglia a chi non ce l’ha» e per «ri-generare nell’amore».

La Comunità Papa Giovanni XXIII viene riconosciuta dalla Santa Sede nel 2004. Negli anni successivi la sua passione per gli ultimi si estende ai tossicodipendenti, minori senza famiglia, nomadi, persone senza fissa dimora, carcerati, vittime delle sette, donne di strada, anziani; anche in terre di missione.

La passione per l’annuncio di Cristo e il riscatto degli ultimi lo vede partecipare dagli anni ‘80 a programmi televisivi e radiofonici sulla fede e su delicate questioni sociali; tiene rubriche su quotidiani locali e nazionali e non manca di nutrire con il “Pane Quotidiano” della Parola, commentando il Vangelo ogni giorno. Conosciuto come “il prete dalla tonaca lisa” partecipa a incontri e manifestazioni in Italia e nel mondo. In questo vortice d’impegni e di pesanti responsabilità è sempre sereno e sorridente.

Muore il 2 novembre 2007, lasciando profeticamente il suo testamento sulla pagina di “Pane Quotidiano” dello stesso giorno: «Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio».

 

 

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