Don Oreste, contemplativo dei poveri

Una figura di prete straordinaria, che ha lasciato un segno indelebile nel cuore di chi lo ha incontrato. Ne parliamo, per la prima volta, con il suo confessore, don Girolamo Flamigni (articolo di Alessio Zamboni)

    Sessant'anni fa il 29 giugno 1949 l'ordinazione sacerdotale di don Benzi. Una vocazione percepita fin da bambino, resasi manifesta in seconda elementare quando – come lui stesso ha più volte raccontato – la maestra presentò ai suoi alunni tre figure professionali: lo scienziato, l’esploratore, il sacerdote, e il piccolo Oreste tornò a casa annunciando con chiarezza e determinazione: «Mamma, io mi faccio prete!».

    A sessant’anni dall’ordinazione sacerdotale di don Benzi, per approfondire la spiritualità di questo «umile e povero sacerdote di Cristo» divenuto «infaticabile apostolo della carità» – come lo ha definito papa Benedetto XVI – abbiamo pensato di andare a raccogliere un punto di vista finora non ancora sondato, quello del suo confessore. 

Don Girolamo Flamigni Don Girolamo Flamigni è nato a Predappio nel 1932. Dopo gli studi da sacerdote completati a Roma, è divenuto vicerettore e poi rettore del seminario di Bertinoro, fino alla sua chiusura nel 1970. In seguito ha avviato la parrocchia di San Paolo a Forlì, di cui è tuttora parroco. Don Girolamo Flamigni, ha conosciuto don Oreste all’inizio degli anni sessanta. «Avevo sentito parlare di lui – racconta don Mino, allora rettore del Seminario di Bertinoro – e lo chiamai a tenere gli esercizi spirituali ai ragazzini delle medie. Mi colpì come riusciva a catturare la loro attenzione, a suscitare entusiasmo. Ho colto già in quel  primo incontro quella sua caratteristica particolare per cui, pur parlando a tutti, sembrava rivolgersi a ciascuno a tu per tu».

     La ricerca ci conduce a Forlì, nella parrocchia di San Paolo, dove il parroco Girolamo Flamigni, per gli amici don Mino, ci accoglie con il suo bel sorriso solare. Negli ultimi 15 anni è stato lui ad assolvere il “penitente” don Oreste. Un incarico ricevuto in maniera inaspettata, al termine di un incontro del “nucleo preti”, il momento di confronto quindicinale tra i sacerdoti che fanno parte della Comunità Papa Giovanni XXIII. «Un incontro a cui don Oreste teneva moltissimo» racconta don Mino, tanto che il suo proverbiale ritardo in questo caso non valeva. «Spesso era addirittura in anticipo. Una volta, per non mancare, tornò dalla Tanzania e ripartì la sera stessa per lo Zambia! Fu al termine di uno di questi incontri che mi disse: “Dai, fammi un favore” e mi chiese di confessarsi. Da allora, al termine di ogni incontro si è sempre confessato». Del contenuto di queste confessioni, ovviamente – don Mino lo precisa subito – non ci può dire niente. Ma gli chiediamo di raccontarci quali aspetti della spiritualità di don Oreste ha potuto cogliere attraverso questo suo particolare ruolo.

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foto: Daniele Calisesi

    Del don Oreste confessore si è detto e scritto molto, ma com’era dall’altra parte del confessionale?
    «Si confessava con grande umiltà e semplicità, direi come un bambino. Del resto tutta la sua spiritualità, pur così profonda, era una spiritualità infantile, nel senso buono della parola: così spontanea, gioiosa... la spiritualità di un fanciullo che contempla il Signore ad occhiaperti. Alla fine mi ringraziava sempre: “Che regalo mi hai fatto!”. Incredibile, no?».

    Ricordi qualche aneddoto legato alla confessione?
    «Una volta, finito l’incontro, doveva scappare e mi chiese di accompagnarlo. Alla fine della confessione, nella sala d’attesa dell'aeroporto, mi disse: “Devo partire, dammi la tua benedizione” e si mise in ginocchio per riceverla, con tutta la gente che ci guardava. Ma lui non si vergognava, non si curava delle convenzioni umane».

    Cosa ti colpiva di più della sua spiritualità?
   
«Il suo desiderio di stare con il Signore. Lui si sentiva sempre un gran peccatore, diceva che non pregava molto. Sognava di avere del tempo per il Signore. “Ma tu con il Signore ci sei sempre” obiettavo io. E lui: “Bisogna vivere per Cristo, con Cristo e in Cristo. Per Cristo e con Cristo non c’è male, ma in Cristo...”».

    Quando si pensa a persone come don Oreste vien da chiedersi: «Cosa avranno mai da confessare?». Eppure proprio lui ricordava spesso che molti santi si accostavano alla confessione con estrema frequenza.
    «Capire perché è semplicissimo: più uno si avvicina al Signore e più vede la sua indegnità. Se uno ha un vestito sporco, al buio non se ne accorge, fino a quando non arriva un po’ di luce. Più aumenta la luce e più vede le macchie. Più uno si avvicina al Signore, più intuisce la grandezza di Dio e non si sente in pace: gli viene una gran voglia di conoscere il Signore e sente la sua impotenza. Credo che questa sia l’esperienza di tutti i santi».

    Avvicinandosi alla luce, si vedono anche le ingiustizie e ci si sente corresponsabili.
    «Ricordo che una volta era tornato da un paese dell’America Latina dove aveva visitato un villaggio di palafitte costruite sopra la cloaca, in cui vivevano migliaia di persone perché non potevano occupare i terreni. Ogni tanto qualcuno cadeva, spesso erano bambini, e morivano. “Dopo aver visto queste cose come fai a dormire tranquillo? – mi diceva –. Come facciamo a non sentirci le mani sporche...”. In lui l’amore verso Dio e verso i fratelli era un tutt’uno. Quando caricava in macchina un ubriaco e lo portava a casa, diceva: “Signore, che puzza...”. Non vedeva nell’altro solo una persona».

sempre-2009-07-donmino5-ris72.jpg«Le hanno dato lo sfratto. Devo andare...»
«Una volta ero in macchina con lui, dovevamo andare assieme ad un incontro – racconta don Mino –. Arriviamo ad una rotatoria, vedo che rallenta e comincia a girare in tondo, guardandosi attorno. “Ma cosa fai?” gli chiedo.
“Qui vicino abita una signora che ha una giostra. Le hanno dato lo sfratto. Bisogna che vada a sentire, a vedere...”. “Guarda che arriviamo in ritardo all’incontro” lo sollecito. “Un attimino solo, poi andiamo” replica lui cercando di orientarsi. Alla fi ne trovammo la giostra ma la signora non c’era, così decidemmo di ripartire. Lui però aveva questa attenzione costante per gli ultimi, per cui lasciava anche la puntualità ad un incontro per andare ad aiutare una persona che aveva bisogno, una giostraia. Queste cose mi lasciavano esterrefatto, soprattutto perché le viveva con estrema semplicità: non c’era niente di eroico, era una cosa scontata, normale, era la sua vita».


    In questi quindici anni hai notato un’evoluzione del suo cammino spirituale?
    «Sempre di più parlava della necessità di stare con il Signore, di pregare. Era molto preoccupato di una comunità che non prega, delle coppie di sposi che non pregano».

    Tra i compiti specifici del sacerdote c’è la celebrazione dell’Eucaristia.
    «Don Oreste diceva: “Se la gente capisse il valore che ha la Messa farebbe a gomitate per partecipare”. Lui, se tornava nel cuore della notte e non aveva ancora celebrato, andava a dire Messa anche da solo».

    Molti che hanno conosciuto solo il don Oreste “sociale” non ne hanno colto l’aspetto mistico.
    «Don Oreste era fondamentalmente un contemplativo, un contemplativo sulla strada. Viveva la sua condivisione con gli ultimi proprio perché viveva la contemplazione. Non erano due momenti distaccati: era un puro contemplativo che vedeva il Signore nei poveri. C’era un rapporto continuo con il Signore che lo rendeva visibile nei fratelli».

    Come definiresti il suo modo di essere sacerdote?
    «Mi viene in mente la frase di San Paolo: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me”. Una volta, tornando da un incontro importante sulla droga, a cui avevano partecipato anche molti preti, disse dispiaciuto: “Nessuno che abbia citato Gesù!”. Aggiungendo: “Ma io mi sono vendicato e ho parlato solo di Lui!”».

    Apparentemente era un sacerdote all’antica, anche nell’aspetto. Eppure è stato sempre circondato da giovani. Che eredità lascia a chi oggi è chiamato a vivere questo ministero?
sempre-2009-07-donmino4-ris72.jpg    «Il suo vivere il sacerdozio non era legato a degli schemi. Lui viveva in una concretezza di vita che affascinava tutti. Il fascino che aveva nei confronti degli adolescenti non era dovuto ad un atteggiamento di modernità. Lui annunciava il Signore: era quello che colpiva! A volte vediamo preti molto bravi che sembrano voler seguire la moda. Sul momento affascinano ma poi non hanno la consistenza profonda per creare il popolo di Dio. Creano gruppi legati alle persone. Lui invece creava un popolo. Ed era preoccupatissimo per la Chiesa: “Sta scomparendo” diceva, citando l’avanzare delle sette in America Latina, ma anche le difficoltà in Italia. “I giovani ci sfuggono perché non siamo capaci di annunciare Cristo!”.

    Hai avuto la percezione che lui sentisse che il Signore lo stava per chiamare?
    «Secondo me sì. Dava l’impressione di voler sistemare bene le cose in vista del suo passaggio all’altra vita. La cosa bella che riscontro è che a tutti manca la presenza di don Oreste ma tutti riconoscono che la Comunità sta facendo passi avanti in tutti i campi: don Oreste è quasi più presente adesso perché è presente in tutti, è presente sempre. D’altra parte, se non fosse così, non sarebbe Chiesa».

 

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