I ragazzi della banda del colore.

Il profugo accolto grazie ai giovani

Immigrati in famiglia con la cena della "Banda del colore"

«Abbiamo pensato di portare “il mondo a tavola”: nei piatti si possono vedere molte differenze di cultura, di modi di preparare i cibi. Anche lo stesso piatto si può fare in modi completamente diversi», racconta Marco Badain, 22 anni, capelli verdi, una gran passione per la musica (suona la chitarra elettrica in un gruppo che fa cover). Lui e gli altri ragazzi della Banda del Colore, gruppetto giovanile di Bagnaria Arsa (UD), hanno invitato alle loro cene i profughi ospitati dalla Caritas nella vicina Santa Maria La Longa. I richiedenti asilo, provenienti da Afghanistan e Pakistan, in gruppetti di 5-10, hanno cominciato a partecipare alle serate del venerdì.
 
Da quegli incontri è nata l’accoglienza di Hakeem, un giovane afghano della stessa età di Marco.
 
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«I ragazzi richiedenti asilo hanno iniziato a frequentare la nostra casa; hanno cominciato a fare l’orto, a partecipare ai giochi, ai momenti di spiritualità dei nostri giovani», spiega Grazia Scandariato, animatrice del gruppo che è già madre di un ragazzo autistico. È sua la famiglia che ha accolto Hakeem fra le mura domestiche.
 
«Per me e mio marito Maurizio è stato importante concretizzare l’ideale dell'integrazione fra culture: è il nostro sentire la diversità come una ricchezza», continua Grazia.
 
Al momento dell’accoglienza in famiglia Hakeem beneficiava del sostegno del progetto Sprar: prevedeva una scuola di italiano ed un corso di formazione professionale come panettiere. Le operatrici Caritas del progetto si sono attivate per rendere possibile l’accoglienza in famiglia.
 
Ed Hakeem si è rivelato una piacevole sorpresa: «il giovane è molto paziente, attento, discreto. È una grande ricchezza sentirlo raccontare del suo vissuto nel suo paese, anche se non entra volentieri negli aspetti più dolorosi. I suoi aneddoti parlano di una vita quotidiana piena di ospitalità; lui dimostra un'attenzione agli anziani e ai più deboli, ama il contatto con la natura, la vita sobria ed è abituato a ritmi meno frenetici di quelli occidentali, più consoni alla vita di relazione e di preghiera.  Lui è musulmano e noi cristiani, e dall’incontro è  nato un profondo rispetto reciproco».
 
Hakeem oggi continua i corsi di italiano e di formazione professionale; si fermerà nella famiglia fino a quando non troverà un lavoro, assicura Grazia.
 
Marco Badain, il giovane chitarrista, racconta le attività del gruppo: «Giovani, disabili, stranieri. E’ bello, veramente bello: da noi arriva gente di ogni tipo e di ogni età; una sintesi di quel che ci unisce è il concetto che siamo tutti uguali nella nostra diversità. Io non sono uguale a te, non sono uguale a lui, forse nemmeno siamo nati nello stesso paese, ma anche se lo fossimo obiettivamente l'uguaglianza non esiste mai. Siamo uguali nell'essere diversi. Capito questo, è risolto ogni problema etico, religioso, è abbattuta ogni barriera fra persone».
 
Luca Fagotto, 40 anni, è un altro «giovane» del gruppo. Nella Banda del colore ha imparato a dipingere e a superare i suoi problemi relazionali: «Ma la banda non centra nè con la pittura, nè con la formazione religiosa: adesso ci sono anche i ragazzi musulmani, ognuno si dedica alle proprie passioni e le condivide con gli altri».
 
Tutti insieme hanno organizzato a ridosso dell’estate una cena multietnica alla quale hanno invitato la novantina di profughi che la Caritas accoglie nel territorio della bassa friulana.
 
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Alessio Nicoletti, 38 anni, supera i suoi limiti fisici e psicologici e spiega: «È un gran divertimento cenare con oltre 100 persone provenienti da tutto il mondo; è stata una serata che ha aperto nuovi orizzonti attraverso l'incontro con altre culture».
 
Ma la sintesi è quella di Giulia Sandroni, che di Caritas è operatrice: «Un'occasione straordinaria: in diocesi di Udine non c’erano ancora famiglie che accoglievano, e ci è voluto un po' di tempo per aprire questa possibilità. Non si sapeva come definirla. I colleghi del progetto Sprar hanno saputo dare un indirizzo: adesso si tratta di uno "Sprar esterno", che usufruisce dei corsi, della formazione, eccetera, ma la persona è accolta in famiglia. La cena multietnica è nata da un confronto quasi quotidiano nato con i giovani della Papa Giovanni XXIII. Abbiamo aggiunto posti a tavola anche per le persone del territorio, perchè l'esigenza è quella di raccontare l’accoglienza dei profughi alla gente comune, visto che le fatiche più grandi nascono dalla grande mala-informazione che ci avvolge tutti. Un territorio male-informato è la prima causa di malumori e fraintendimenti; molti richiedenti asilo non riescono ad integrarsi facilmente proprio per la mancanza di una informazione corretta. E’ stata la prima cena multiculturale della bassa friulana; possiamo cambiare qualcosa per queste persone solo con la nostra testimonianza, facendo come gli apostoli ai tempi di Gesù. Con gli immigrati dobbiamo fare un po’ come gli apostoli; questa è la chiamata cui cerco di rispondere con il mio lavoro ogni giorno».
 
Ed ecco perché l’esperienza del gruppo giovani, grazie al sostegno della rete delle realtà di accoglienza della Comunità Papa Giovanni XXIII sul territorio, ha portato all’ideazione di una serie di incontri. Spiega Claudio Pigat che è fra gli organizzatori:«Vogliamo fare informazione, sull’integrazione, sull’immigrazione. Tre serate che presenteranno al territorio tre esperienze di accoglienza. Per vincere insieme la paura del diverso».  
 



testo e foto di Marco Tassinari
01/09/2016
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