Campo profughi siriano a Tel Abbas in Libano

Giornata Mondiale del Rifugiato: per un nuovo modello di accoglienza

Non più viaggi della speranza, ma una speranza reale grazie ai Corridoi Umanitari

“La santità non riguarda solo lo spirito, ma anche i piedi, per andare verso i fratelli, e le mani, per condividere con loro”, ha detto ieri Papa Francesco, alla viglia della Giornata Mondiale del Rifugiato, che cade il 20 giugno.
Sono parole che invitano non solo ad essere pronti ad accogliere di chi lascia la sua terra “affamato di pane e di giustizia”, ma a fare di più: ad andare incontro, a tendere le mani. Come fa la Comunità Papa Giovanni XXIII, che dal 1992 è presente nelle zone di conflitto del mondo con Operazione Colomba, il suo Corpo Nonviolento di Pace.

Negli ultimi cinque anni i volontari di Operazione Colomba hanno vissuto nel campo profughi di Tel Abbas, in Libano, insieme ai bambini, agli anziani, alle mamme e ai papà che sono riusciti a fuggire dalla guerra che sta distruggendo la Siria. Migliaia di persone che aspettano solo la pace, per ritornare finalmente a casa, ma che oggi sono bloccate tra le tende di Tel Abbas, dove non ci sono scuole né servizi sanitari adeguati. Dove non c’è futuro.

Per loro una sola speranza: il viaggio verso un luogo sicuro, dove poter vivere dignitosamente. Non a piedi, non per mare, non con mezzi di fortuna, ma con un aereo che atterra là dove ci sono braccia aperte a ricevere queste famiglie fragili, bisognose di cure mediche, di scuola e di lavoro, di normalità.
È ciò che prevede il progetto europeo dei Corridoi Umanitari, di cui la Comunità Papa Giovanni XXIII è capofila, che propone un nuovo modello di accoglienza per portare in salvo quelle famiglie siriane che non possono rimanere nel campo di Tel Abbas un minuto di più, guidandole e sostenendole passo dopo passo nel processo di integrazione.

La Giornata Mondiale del Rifugiato è stata indetta dalle Nazioni Unite nel 2001, in occasione del cinquantenario della Convenzione che ha definito i diritti di chi ottiene l'asilo e le responsabilità del Paese che ne garantisce l’accoglienza.
Quasi settant’anni di storia, dunque, per un trattato che, ad oggi, porta la firma di 145 Paesi, inclusa l’Italia – firma che deve tradursi in un impegno concreto, in un’apertura totale nei confronti di chi lascia la propria terra perché “perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche”. Firma che dichiara la nostra disponibilità ad alzarci in piedi per andare verso i fratelli, a tendere le mani per condividere con loro.


Il progetto dei corridoi umanitari è stato approvato dall’Unione Europea e dal Ministero dell’Interno: durante gli ultimi 5 giorni di ogni mese un’area dell’aeroporto di Fiumicino può essere riservata all’atterraggio di un aereo del Libano, ma le istituzioni non hanno previsto risorse economiche per l’accoglienza di queste famiglie in Italia.

Per far fronte alle necessità quotidiane, per permettere a queste famiglie di integrarsi, ai papà e alle mamme di provvedere da soli ai loro figli, servono 1.500 euro al mese, 50 al giorno, almeno per i primi tempi.

Sostieni i corridoi umanitari, serve il tuo aiuto >

 

 

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Ecco che cosa scrivevamo il 18 dicembre 2017, in occasione della Giornata Internazionale per i Diritti dei Migranti:

Al via il nuovo progetto Corridoi umanitari. Apg23 è il capofila

Nel 2000 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato che il 18 dicembre di ogni anno fosse indetta la Giornata Internazionale per i diritti dei migranti. E proprio in questa data, il 18 dicembre 2017, una delegazione della Comunità Papa Giovanni XXIII dà inizio ad un tavolo di lavoro per coordinare la gestione di un nuovo progetto “Humanitarian Corridors” finanziato dall’Unione Europea. «È un progetto che porteremo avanti in collaborazione con la Comunità di S. Egidio e con i Salesiani» spiega Giovanni Fortugno, responsabile dell’ambito immigrazione nella Comunità Papa Giovanni XXIII, responsabile del coordinamento sbarchi a Reggio Calabria, nonché responsabile per l’immigrazione per la Caritas diocesana. «Il finanziamento dell’Unione Europea ci permetterà di fare sostegno, accompagnamento e advocacy per 1000 persone».

Da dove provengono i migranti che potranno beneficiare di questo progetto?

«Circa metà arriveranno dal campo profughi dall’Etiopia, in cui vivono 1 milione persone, di cui 44mila sono minori non accompagnati. L’Etiopia in questo momento sta facendo davvero un grosso lavoro. I rifugiati in questo campo provengono da vari Paesi: Sudan, Eritrea, Somalia, Yemen. Purtroppo i migranti fuggono da situazioni politiche drammatiche, dove c’è la dittatura, oppure da persecuzioni per motivi religiosi. In questo campo profughi è già operativa Caritas Internationalis, che insieme a S. Egidio e i Salesiani, si occuperà di selezionare le persone da mandare in Italia. Come Comunità Papa Giovanni XXIII abbiamo dato la disponibilità ad accogliere alcune persone particolarmente bisognose: sono state liberate dall'ONG Gandhi (associazione che opera al confine tra Egitto e Israele per assistere i rifugiati) dopo mesi di torture dove hanno anche subito un espianto di alcuni organi. L’altra metà arriverà dal campo profughi del Libano, che ospita soprattutto siriani scappati dalla guerra. Alcuni di loro sono già arrivati in Italia nel corso del 2017, grazie ai corridoi umanitari che abbiamo fatto in collaborazione con la Comunità di S. Egidio e la Chiesa Valdese».

Perché è importante questo progetto?

«Perché ci permette di dare una risposta concreta a questo dramma, riprendendo l’indicazione pastorale che Papa Francesco ha dato in occasione del Forum Internazionale “Migrazioni e pace”. Il Papa dice chiaramente che bisogna aprire canali umanitari accessibili e sicuri. E ci ha dato questi 4 verbi come linee guida: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. Questa linea pastorale non è solo teorica, ma si sta traducendo in un’azione concreta, grazie alla collaborazione di diversi soggetti ecclesiali: Caritas, CEI, Salesiani, S. Egidio e la Comunità Papa Giovanni XXIII, appunto».

In che modo la Comunità Papa Giovanni XXIII sta affrontando l’emergenza profughi?

«Nelle azioni che la Comunità Papa Giovanni XXIII ha portato avanti c’è stata una particolare attenzione a minori non accompagnati. Infatti a Reggio Calabria è aperta la Casa dell’Annunziata, una struttura di accoglienza per bambini e ragazzi profughi. Non solo li accogliamo, ma cerchiamo di integrarli nel tessuto sociale, mandandoli a scuola, ecc. Anche a Rimini la Apg23 ha aperto uno SPRAR per minori e ci hanno chiesto di aprire realtà simili anche in altri parti del territorio nazionale».



20/06/2018
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