Sbarchi: Volontari nel cimitero dei bambini migranti e delle loro madri a Reggio Calabria

In salvo il bimbo profugo senza genitori

Mamma e papà uccisi in Libia, ora è ospite a Reggio Calabria

Ola, nome di fantasia, ha 11 anni. C'era anche lui fra i bambini profughi, sabato sulla nave Sea Watch 3 che ha attraccato a Reggio Calabria. Era con altri 27 bimbi che hanno compiuto il viaggio della speranza da soli, senza i genitori. Ma quella di Ola è un'odissea drammatica. Partito da solo dalla Nigeria, dopo la traversata del deserto i suoi genitori sono stati uccisi dai trafficanti in Libia.

Il suo non è un racconto isolato, perché sono 77 i minori non accompagnati che, sbarcati a Reggio Calabria, hanno raccontato storie analoghe, dopo l'arrivo nella loro prima famiglia di accoglienza. La loro è dedicata alla Santissima Annunziata ed è stata inaugurata in città dalla Comunità Papa Giovanni XXIII nel 2015. Fra le bambine accolte nella casa, almeno 16 bimbe sono risultate vittime di tratta ai fini dello sfruttamento sessuale, e di 8 di queste si sono perse le tracce dopo possibili contatti delle minori con la malavita.

Dopo gli accordi del Governo italiano con la Libia, firmati dal Ministro Minniti l'anno scorso, sono più che dimezzati gli arrivi in Italia, sia di adulti che di minori. Eppure questo non garantisce un adeguato rispetto dei diritti umani.

«Chiediamo al Presidente del Consiglio Conte un tavolo tecnico dove si possa riflettere insieme. I migranti in mare vanno soccorsi ed accolti, il nuovo Ministro dell'Interno ritorni ad un'azione politica congiunta con le altre potenze europee e cerchi il dialogo con la Libia», tuona il Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, Giovanni Paolo Ramonda.

Dagli oltre 25.000 sbarchi di minori profughi in Italia del 2016 si è passati a circa 16.000 nel 2017 e a poco più di 2.000 nel 2018. Dove sono finiti i bambini che mancano all'appello?

 

Il bambino profugo sbarcato da solo con la leucemia

 
Benny (nome di fantasia) è arrivato ad inizio 2017 a 15 anni da solo dal Mali, con una forma di leucemia fulminante. A sei mesi dal suo arrivo a Catania, ha iniziato poi il suo inserimento a scuola. I volontari l'hanno accompagnato regolarmente alle visite sanitarie: «Le terapie — spiegavano al suo arrivo — vanno fra alti e bassi; è una fase delicata ma cerchiamo di fargli fare una vita normale. L’anno scorso ha avuto alcune infezioni e non è potuto entrare in classe. Adesso sogna di fare un corso per lavorare come cuoco, e noi cerchiamo di dargli le motivazioni». 
 
 Benny quest'anno ha vissuto a Reggio Calabria, insieme a due ragazze di 17 anni che erano state vendute a trafficanti di schiavi ai fini della prostituzione, ed insieme ai loro due figli neonati, di 20 giorni e di 1 mese. Sono rimaste incinte in Italia, di altri profughi minorenni, nella struttura di prima accoglienza. Poi in casa ci sono gli altri ragazzini soli, alcuni hanno appena finito di seguire la scuola. Vivono con loro di solito 3 volontari, insieme ad un assistente sociale ed un mediatore culturale.
 

bambini in fuga

In alcune delle case di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati si verificano periodicamente delle fughe, specialmente per bambini scappati dalla dittatura eritrea e che si sono prefissi come meta il Nord Europa. Capita anche che scappino le ragazzine, magari adescate da sfruttatori della prostituzione.
 
 
 
 
Due ragazzini eritrei fuggiti due anni fa hanno chiamato: sono arrivati in Olanda e in Germania, ospiti da connazionali, e stanno bene.
 
«Nella casa dell’Annunziata di Reggio Calabria non registriamo fughe da almeno un anno; è un successo che abbiamo ottenuto migliorando l’impostazione della vita in casa, inserendo le figure professionali, cercando di non avere fra gli ospiti una etnia predominante», spiega con un pizzico di orgoglio Giovanni Fortugno responsabile della casa: «Adesso siamo molto fermi nelle regole date e abbiamo trovato strumenti educativi adeguati. Inoltre i volontari hanno scelto questa casa come luogo in cui condividere la propria vita con gli ultimi, in questo caso i bambini profughi del mare». 
 
La casa della Santissima Annunziata, ideata appositamente per l'accoglienza dei profughi bambini, è stata inaugurata il 14 dicembre 2015. Insieme ai partner dell’Ats Filoxenia, avviata a luglio 2016 dall’Arcidiocesi di Reggio Calabria — Bova attraverso la Caritas Diocesana, nel 2018 sono accolte in 6 case di accoglienza circa 80 minori nel capoluogo calabro.  La casa più grande ospita 24 minori, la più piccola 6 piccoli profughi.
 

Reggio Calabria ha visto l’arrivo per mare di circa 70.000 persone dal 2011.  Oltre alla Comunità Papa Giovanni XXIII hanno aderito al progetto di accoglienza CE.RE.SO, Parrocchia di S.Maria della Neve Cannavò, l'Associazione Anawim, Casa Mosè e Parrocchia di Montebello.

 

Il cimitero dei profughi vittime del mare

 
Nell'estate 2017 il Giovanni Paolo Ramonda (nella foto) il Presidente della Comunità ha visitato il cimitero in cui, a Reggio Calabria, sono ospitati circa 100 profughi morti in mare. Fra loro ci sono anche due ragazze incinte, con i loro bambini nel grambo, che hanno perso la vita durante la traversata. Il cimitero era stato individuato dall’amministrazione comunale nel 2016 per dare sepoltura a 45 morti, fra cui 2 bimbi di pochi mesi, che erano stati scaricati dalle navi dei soccorritori, con gli occhi lucidi, sul molo del porto. 
 
Durante l’estate centinaia di giovani da tutta Italia arrivano qui in pellegrinaggio per fare un’esperienza di volontariato e di formazione. 160 ragazzi hanno fatto un’esperienza a Reggio Calabria e nella casa di accoglienza dei profughi minorenni dell’Annunziata nell’estate 2017; hanno aiutato a ripulire le tombe del cimitero; hanno pregato anche con i musulmani. 
 
#FOTOGALLERY:MORTI#
 

Silvia Comodo è arrivata dalla Toscana: «Ci ha molto colpiti la storia di un ragazzino di 12 anni congolese che è arrivato in Italia con il sogno di fare il meccanico della Ducati. L’ha coltivato attraversando il deserto e il mare. Durante la traversata è stato legato dai trafficanti e gettato in stiva; poi gli sono state mozzate le mani ed i piedi. Finalmente gli sono state costruite delle protesi ed è stato messo in contatto con la casa automobilistica, e il suo sogno potrà forse un giorno diventare realtà!». In 24 sono stati in visita con lei alla casa dell’Annunziata quest’estate, per una decina di giorni; i ragazzi si alternavano nell’animazione e nell’assistenza nei centri di accoglienza per i migranti attivi in città. Nella stazione di Reggio Calabria hanno scoperto la vita di oltre 200 ragazzini profughi che vivono accampati in condizioni di fortuna sui binari morti. 

«Non si capisce se sono accolti o scappati, qualcuno ha documenti, qualcuno no. I ragazzini immigrati vivono come in un limbo, in povertà assoluta».

 

Nel presepe Gesù Bambino è un immigrato

A Chieti, nel giorno dell'Epifania 2017, un originale presepe vivente ha animato le vie della città. A metterlo in scena, nei panni di Maria, c'era una giovane profuga, arrivata in Italia dalla Nigeria per essere venduta come prostituta, e che dopo essere stata salvata dalle unità di strada contro la tratta della Comunità Papa Giovanni XXIII, ha potuto realizzare il suo sogno di costruire una famiglia.

Con lei la sua bambina di 7 mesi, nei panni di Gesù. Una scelta, sostenuta dalla Diocesi, che non poteva mancare di far discutere, ma che va nella direzione auspicata da Papa Francesco. Ricorda il Papa ai cristiani, nel messaggio per la giornata del migrante: «Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo. [..] E’ una grande responsabilità che la Chiesa intende condividere con tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà, i quali sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità».

Ecco le foto di Michele Camiscia dell'incontro con un Gesù Bambino di colore.

#FOTOGALLERY:CHIETI#

Migranti, storia di un incontro

È accaduto oltre 30 anni fa: Don Oreste Benzi, andando a visitare ed incontrare i senzatetto alla stazione di Rimini, iniziò a parlare con una donna nigeriana. Fu lei ad aprire gli occhi al prete riminese sul dramma che veniva consumato ogni notte in quei luoghi. Lei gli parlò della sua storia di schiavitú, e gli chiese di incontrare le altre ragazzine più piccole, vere e proprie bambine, che erano costrette a prostituirsi con lei sulle strade della città.
 
Don Oreste iniziò ad incontrare queste donne straniere, portando loro l'annuncio della liberazione dalla schiavitù. Iniziò a proporre alle donne che si prostituivano di lasciare la strada, per essere accolte in una famiglia con un vero papà ed una vera mamma, recuperando la condizione di figlie.
 
Oggi don Benzi grida al mondo questa condizione di schiavitú attraverso il lavoro delle Unità di strada contro la tratta della Comunità Papa Giovanni XXIII, l'associazione da lui fondata, come spiega Luca Fortunato, responsabile della struttura di accoglienza per i senza fissa dimora Capanna di Betlemme di Chieti: 
 
«Continuiamo a portare un continuo annuncio di liberazione: stiamo parlando di una vera e propria tratta degli essere umani. Queste ragazzine sono state tradite, portate in Italia, picchiate , molestate, minacciate di morte e si ritrovano costrette a pagare fra i 20000 ai 60000 euro ai loro aguzzini».
 
La Capanna di Betlemme ha portato la voce ed il volto di queste donne in Maria, nel presepe vivente cittadino.
 
Continua Luca Fortunato:  «Proprio con la venuta al mondo del figlio di Dio é avvenuto il grande annuncio della liberazione dalla schiavitú del peccato e dalle catene delle ingiustizie. La nostra associazione, voce di chi non ha voce, vuole chiedere ai fabbricanti di catene di smetterla.  E si rivolge ai clienti delle donne che si prostituiscono per chiedere loro di non andare più da queste ragazze, che potrebbero essere loro figlie, loro sorelle. Sappiano che così facendo loro stessi fomentano la schiavitú e finanziano il racket della prostituzione. Diceva don Benzi che nessuna donna nasce prostituta, ma c’è sempre qualcosa o qualcuno che la costringe. Alcune di queste ragazze sono istigate dai cugini, zii, patrigni per motivi di miseria o di povertà estrema. Ecco perché, vicini a Papa Francesco, abbiamo portato una donna immigrata nel presepe vivente di Chieti».
 
 

Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

Il 14 gennaio di ogni anno la Chiesa ricorda la giornata mondiale del migrante e del rifugiato, voluta da Papa Francesco. Ecco alcuni passaggi chiave del messaggio del Papa per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018

  • Le competenze dei migranti sono risorse - Il Papa ha inoltre sottolineato che "le competenze dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati, se opportunamente riconosciute e valorizzate, rappresentano una vera risorsa per le comunità che li accolgono. Per questo auspico che, nel rispetto della loro dignità, vengano loro concessi la libertà di movimento nel paese d'accoglienza, la possibilità di lavorare e l'accesso ai mezzi di telecomunicazione".
  • Prevedere visti temporanei - "Sarebbe opportuno, inoltre, prevedere visti temporanei speciali per le persone che scappano dai conflitti nei Paesi confinanti - ha proseguito il Santo Padre -. Non sono una idonea soluzione le espulsioni collettive e arbitrarie di migranti e rifugiati, soprattutto quando esse vengono eseguite verso paesi che non possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali".
  • Più corridoi umanitari - Accogliere i migranti significa offrire loro "più ampie vie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione", per esempio attraverso "corridoi umanitari", e "una prima sistemazione adeguata e decorosa". Per il Papa occorre anche "un impegno concreto affinché sia incrementata e semplificata la concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare".
 

Giornata del ricordo delle vittime dell'immigrazione

 
Il 3 ottobre di ogni anno si celebra in Italia la giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione, per conservare, approvata dal Governo, la memoria delle persone che sono morte mentre cercavano di raggiungere il Bel Paese per sfuggire a guerre, persecuzioni e miseria. Il 3 ottobre 2013 a poche miglia dall’isola di Lampedusa l’incendio di un barcone uccise 366 persone; 20 furono i dispersi presunti. Si salvarono in 155 persone; 41 di loro erano minorenni. Altre stragi hanno insanguinato il Mediterraneo, ma forse mai così vicino alle nostre coste. 
 
Ma dopo la strage del 2016 Reggio Calabria celebra anche il 3 luglio. «Erano sempre arrivati 2 o 3 morti per volta, mai numeri così alti, a Reggio Calabria — ricorda Fortugno — e quei cadaveri hanno creato una forte emozione in tutta la cittadinanza. Volevamo evitare di metterli tutti in una fossa comune; abbiamo raccolto il dna di tutti nel caso qualche famiglia li stesse ancora cercando, e poi il 3 luglio 2016 i corpi sono stati tumulati. Il 3 luglio di ogni anno è stato istituito come giornata di lutto cittadino, per la celebrazioni delle morti in mare».  

Fortugno lancia un appello alle coscienze: «Papa Francesco ha detto “aprite le braccia ed accoglieteli”; la condivisione di vita con i profughi è la nostra risposta alla chiamata di vivere con completezza il Vangelo. Noi continueremo a lavorare per dare occasioni per l’integrazione di questi ragazzi, cercando insieme alla città altre risorse e possibilità per loro. Non lasciateci soli: abbiamo bisogno di giovani che vengano a condividere con noi l’accoglienza; di istituzioni sensibili che vogliano conoscere realmente il problema delle morti in mare nella sua complessità»

 

Corridoi umanitari in risposta allo stop ai salvataggi in mare  

La situazione politica internazionale ha comportato un fermo delle navi delle Ong (Organizzazioni non governative) che operavano i salvataggi in mare: «Fino ad inizio 2017 è stato enorme il contributo da loro dato al rispetto dei diritti umani dei migranti e al recupero dei gommoni e dei barconi degli immigrati, spesso fatiscenti», spiega Giovanni Fortugno.

Sulle coste italiane proseguono però alcuni sbarchi spontanei; alcuni profughi siriani e curdi sono arrivati dalla Turchia a Reggio Calabria ad agosto 2017.
La Comunità Papa Giovanni XXIII promuove l’attivazione di corridoi umanitari per le situazioni più disperate, per permettere alle persone in fuga di arrivare in Italia senza subire abusi durante l’attraversata dei deserti africani e senza dover rischiare la vita nell’attraversare il Mediterraneo.

 

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Marco Tassinari
12/06/2018
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